“Sei valigie”, Biller sulle tracce del passato

6 Marzo 2020

Un romanzo biografico su una storia di famiglia e sull’essere ebrei nell’Est nel secondo dopoguerra

È una storia di famiglia quella che narra Maximilian Biller in “Sei valigie” (Sellerio, pp. 164,15 €, traduzione di Giovanna Agabio), che prende lo spunto da quel che accadde a suo nonno Schmil Biller appunto.
Una famiglia di ebrei di origine russa, praghesi d’adozione e poi emigrati in Germania, dove la questione ebraica acquista ovviamente una rilevanza particolare. Ma questa condizione di insicurezza e persecuzione antisemita viene a sovrapporsi all’insicurezza di chi vive in un regime totalitario e può subire persecuzioni e subire delazioni per mille motivi, così che il tutto prende anche vagamente un senso più generale e esistenziale.
Le sei valigie alludono a sei differenti versioni, punti di vista e racconto, talvolta distanti tra loro, su chi e perché denunciò nonno Schmil, che fu arrestato nel 1960 all’aeroporto di Mosca per traffico di valuta, quindi condannato e impiccato in breve tempo. Ognuno attorno a lui, a cominciare dai suoi 4 ottimi figli (2 andati all'Ovest, 1 che vive a Praga, l'altro che si è fatto 5 anni di prigione in un carcere ceco) potrebbe avere delle situazioni o degli interessi che lo hanno costretto o lo hanno fatto pensare di poter compiere quel passo. Oppure la sua ambiziosa nuora, ex donna di spettacolo e di successo che è stata ad Auschwitz e ha poi sposato un fratello, Dima, ma in cuor suo ama l'altro, Sojma (e c’è una bella lettera sul proprio desiderio di vita di lei a lui), e così via. Il suo è un bellissimo e tragico personaggio che vive troppo forse per dimenticare («Come si può ridere così e pensare al sesso dopo essere stati nei campi di Hitler?»). Il fatto è che ognuno comincia ad avere sospetti su chi potrebbe essere stato degli altri, perché tutti sapevano che il nonno era legato al mercato nero e non nuovo a simili traffici. Così non può prescindere ed è indissolubilmente intrecciato con la vita dell’autore e poi con quella della famiglia e i suoi rapporti interni, il racconto, costruito come un intrigante romanzo, che fa capo a Schmil e alle ragioni per cui è stato messo nella mani del Kgb, e questo potrebbe esser capitato anche solo perché era stato scoperto o perché qualcuno si è lasciato scappare qualcosa, anche se le diverse voci che si tramandano sembrano propendere per un atto vile. Questa atmosfera precaria e tutta diffidenze nella famiglia Biller è quella che si respira nella società totalitaria comunista in cui questa vive.
Sono i frutti velenosi che maturano in uno stato di polizia e in un dopoguerra dove l'antisemitismo riprende piede e i rapporti umani sono inquinati dai sospetti, le vite quotidiane con bisogni e miserie, passioni e i drammi, sono schiacciati dalla forza della realtà e dalla violenza degli eventi della Storia del Novecento. Un romanzo di famiglia che sotto tante e tali pressioni va disfacendosi e che l'autore è come volesse riannodare con un racconto e uno stile lucido per riuscire a dargli un senso per potersene liberare.
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