Sgarbi percorre l’Italia e stana la bellezza nascosta e dimenticata

26 Maggio 2023

È uscito “Scoperte e rivelazioni. Caccia al tesoro dell’arte” Pubblichiamo un capitolo che racconta un pezzo d’Abruzzo

Un viaggio che a ogni pagina rivela una sorpresa: Vittorio Sgarbi ci conduce al suo fianco nell’avventura dell’arte ritrovata con il suo ultimo libro “Scoperte e rivelazioni. Caccia al tesoro dell’arte” (La Nave di Teseo, collana i Fari, pp. 512, € 25) presentato al Salone del Libro di Torino. L’autore interpreta la missione del critico come un’appassionata, e inesauribile, ricerca di bellezza. Bellezza che si mostra spesso evidente, riconoscibile, documentata, e chiede solo di essere raccontata. Ma accade che essa rimanga celata: perché nascosta in luoghi remoti, o annebbiata da attribuzioni frettolose e clamorosi abbagli, o ancora semplicemente dimenticata nel corso del tempo. È in questi casi che il critico si fa cacciatore di capolavori perduti. Musei, palazzi, case d’aste e pievi sono il terreno di questa caccia al tesoro che Sgarbi conduce, percorrendo chilometri attraverso l’Italia, osservando le opere dal vivo, studiando i cataloghi. L’occhio del critico restituisce così un patrimonio di bellezza sconosciuto. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un capitolo del libro che getta lo sguardo anche sull’Abruzzo.

Cola dell’Amatrice
Sacra famiglia
Caratteristica di questa rara, e fin qui sconosciuta (emersa a Matelica per una mostra su Lorenzo de Carris e i pittori eccentrici nelle Marche del primo Cinquecento, a cura del valente sindaco-storico Alessandro Delpriori) opera di Cola dell’Amatrice (tempera su tavola, 132 × 108 cm) è la sovrapposizione di una concezione moderna, raffaellesca, su una severa, rigida, statuaria tradizione quattrocentesca, se non medievale. Anche l’iconografia è insolita, immaginandosi a convegno la Sacra famiglia di Gesù con la Santa famiglia del cugino Giovanni Battista.
Le coppie e i figli si trovano insieme, al completo, per una riunione o ideale convito, cui partecipano la Vergine, Giuseppe, Elisabetta e Zaccaria, con Gesù e Giovannino.
È l’incontro dei nuclei familiari dopo il tempo della visitazione, protagoniste le due sole madri con i figli nel ventre. Le età apparenti sono diverse, giovani e vecchi, con una bella figura di domestica che porta due colombe per l’offerta al tempio e un fiasco d’argento. Il tempio c’è, in forma di architettura classica con colonne scanalate che rimontano a Vitruvio e a Serlio, alle spalle dei due gruppi, per unificarli in una veridicissima e gestuale Sacra conversazione, animata, parlante, con memoria diretta delle sacre rappresentazioni in terracotta policroma di Niccolò dell’Arca e Guido Mazzoni, che in pittura avevano trovato un altro corrispondente nel plastico ed espressionistico ferrarese Ortolano. Altrove, come nelle due figure ritagliate di Vergine addolorata e di san Giovanni Evangelista ai lati di un crocifisso ligneo nel Museo di Ascoli Piceno, Cola era stato pittore di sagome per potenziare l’illusione del volume. Nelle famiglie di Gesù e Giovannino, Cola esprime potenza, eloquenza, orgoglio nei padri, amore materno nell’aggraziata Vergine e adorazione intensa nella michelangiolesca Elisabetta. Notevoli i frammenti archeologici ai piedi della Vergine, in una ideale continuità della civiltà cristiana con il mondo antico; curioso il richiamo nordico del paesaggio sul fondo derivato in controparte da un’incisione di Albrecht Dürer: il Mostro marino.
L’impianto dell’opera, pur così complesso e iconograficamente insolito, è affine a quello raffaellesco della Sacra famiglia di Amatrice, e concorda stilisticamente con la potente Istituzione della Eucarestia di Ascoli Piceno. Cola si candida a essere un artista eccentrico, nei suoi anni, riparato nelle Marche e in Abruzzo, non disponibile a competere a Roma, ma desideroso di mostrarsi informato e ricettivo rispetto ai pensieri nuovi di Raffaello e Michelangelo. Gli inizi di Cola erano stati, come denuncia la Pala di Campli del 1510, nell’ambito della pittura di fine Quattrocento romana (Antoniazzo e Melozzo), umbra (Perugino e Pier Matteo d’Amelia) e abruzzese (Sebastiano Aquilano e Francesco da Montereale). Nel primo tempo ascolano, Cola mostra anche gli influssi di Carlo Crivelli e Pietro Alemanno. Nel 1513 Cola probabilmente torna a Roma: in questa occasione vede le Stanze di Raffaello in Vaticano. Nel 1515 Cola firma la tavola con l’Assunta, parte del polittico per San Salvatore in Aso presso Force (Ascoli Piceno). Non lontana dal polittico di Force è la tavola con la Morte e l’Assunzione della Vergine, da San Domenico di Ascoli, ora a Roma nella Pinacoteca Capitolina. Cola miscela Raffaello, Leonardo e Pedro Fernandez, con esiti anticlassici. Il 2 dicembre 1518 Cola architetto è chiamato dagli anziani della comunità ascolana, per “ordinare formam et modellum” della facciata posteriore del Palazzo del Popolo.
Le due tavole sagomate con la Vergine addolorata e san Giovanni Evangelista, provenienti dalla cappella del Santissimo Crocifisso nella chiesa della Santissima Annunziata, sono di questo momento. Il 3 dicembre 1519 è terminata la tavola con l’Istituzione della Eucarestia, firmata “Cola Amatricianus faciebat”, proveniente dall’oratorio della confraternita del Corpus Domini nel convento ascolano di San Francesco, opera dichiaratamente legata a Raffaello.
Sono questi i tempi della contratta maturazione raffaellesca di Cola nella originale Pala delle due famiglie, e anche del suo più forte impegno per Ascoli. La tavola con la Madonna, il Bambino, san Giovannino e san Giuseppe nel palazzo del Comune di Amatrice, proveniente da Santa Maria del Suffragio, firmata “Cola Philothesius” e datata 1527, è una copia con alcune varianti della Sacra famiglia Spinola attribuita a Giulio Romano. Essa segna la definitiva adesione alla cultura raffaellesca da parte di chi si era mostrato così arcaizzante. Nella piena maturità, come si vede nel polittico della Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, proveniente da San Francesco, l’Andata al Calvario, datata 1533, è ispirata, con alcune varianti, allo Spasimo di Sicilia. Inizio e fine di un eccentrico.