“Shayda”, lettera d'amore alle iraniane

Al Sundance Festival il film di Noora Niasari, storia vera di una madre coraggio
ROMA. Più di tutto «il film è una lettera d'amore a madri e figlie, alla cultura, alle donne coraggiose dell'Iran». Lo spiega Noora Niasari, cineasta nata in Iran e cresciuta in Australia, introducendo al Sundance Film Festival, dov'è in concorso, Shayda, la sua opera prima ispirata dalla storia di coraggio della madre. «Non avrei mai immaginato che il mio film debuttasse mentre in Iran è in corso una rivoluzione guidata dalle donne», aggiunge la regista. Spero che Shayda possa accendere una luce sulla battaglia per la libertà, sulle donne iraniane e su tutte le donne».
Protagonista del film, che unisce al dramma famigliare accenni di thriller psicologico, è Zar Amir-Ebrahimi, che con Holy spider ha vinto nel 2022 la Palma d'oro come miglior attrice a Cannes. Interpreta Shayda, giovane iraniana madre della piccola Mona (Selina Zahednia), che in Australia trova il coraggio di lasciare il marito violento, Hossein (Osamah Sami), studente di medicina all'università di Brisbane. La donna chiede il divorzio e si rifugia in una casa per donne maltrattate. Madre e figlia devono ricostruire il proprio quotidiano, trovando spazi di libertà pur dovendosi nascondere ed entrando in conflitto con la propria famiglia in Iran che colpevolizza Shayda. Per lei torna la paura quando a Hossein, durante le procedure di divorzio, viene concesso il diritto di vedere Mona una volta a settimana, occasione che lei teme Hossein sfrutti per rapire la figlia, testimone anche delle violenze subite, e portarla in Iran. Paura giustificata visto che l'uomo, a tratti anche padre affettuoso, cerca di ottenere da Mona informazioni sulla vita di Shayda, che pian piano si riavvicina alla vita, anche grazie al supporto della donna che dirige la casa rifugio, Joyce (Leah Purcell). Un'esistenza nuova, quella di Shayda, che Hossein non accetta.
«Io sono nata in Iran e cresciuta in Australia con una madre iraniana», spiega Noora Niasari, che nel film usa un tono sobrio e coinvolgente, arricchito delle intense performance degli attori . «Quando avevo 5 anni, lei ha sacrificato tutto, la famiglia, il suo legame con l'Iran, il suo posto nella comunità per proteggerci, per vivere la vita in libertà e insegnarci il coraggio e la resilienza. Cinque anni fa, le ho chiesto di scrivere un memoriale per colmare i vuoti nei miei ricordi e da quello è nata la sceneggiatura. Per quanto Shayda sia ispirato a una storia personale, parla all'esperienza universale di trovare il coraggio di essere donna e madre, di trovare la luce nel periodo più oscuro».

