Simone Bozzelli: «In Abruzzo ritrovo la pace per scrivere»

7 Maggio 2024

Il giovane regista ospite stasera del MaggioFest a Teramo In programma la proiezione del suo film “Patagonia”

TERAMO. «Tutti i miei cortometraggi raccontano personaggi schiacciati dal peso dell’amore, alcuni ne escono vincitori, altri no. Attraverso questi film ho scoperto che l’esperienza del desiderio è sempre un coming of age», dice Simone Bozzelli dei suoi primi lavori, film brevi che hanno lanciato il talentoso regista e sceneggiatore di Silvi come una delle voci più interessanti e promettenti del cinema italiano. A Bozzelli, 30 anni il 10 agosto, autore di un cinema coraggioso e di ricerca attraversato dal desiderio, dalla scoperta di sé, dall’esplorazione dei rapporti di forza nelle relazioni, il 32° MaggioFest dedica una personale, proiettando oggi allo Smeraldo di Teramo i suoi pluripremiati corti e il lungometraggio Patagonia, vincitore del Premio Ecumenico al 76° Festival di Locarno, interpreti l’attore sulmonese Andrea Fuorto e Augusto Mario Russi. Il candido ventenne Yuri (Fuorto), che vive in un paese costiero abruzzese, incontra l’istrionico Agostino (Russi), animatore per bambini, che lo ammalia promettendogli una libertà che Yuri non sapeva di cercare. Sognando la Patagonia, partono per un viaggio che si trasformerà in un delirio di controllo e prigionia.
Bozzelli, quanto c’è di autobiografico nei suoi film?
«Ogni cosa che faccio non può non appartenermi in prima persona. Ma occorre distinguere tra le tematiche e le cose che succedono nel film. Le prime mi toccano in prima persona, toccano le domande che mi pongo sulle relazioni, sulle strade del desiderio. Le storie invece sono ispirate da cose che accadono intorno, a persone a me vicine, o che leggo sui giornali o sui social, situazioni che hanno a che vedere con la contemporaneità. Finora ho rappresentato il mondo degli adolescenti perché è quello che conosco di più».
Quanto è utile come palestra il film breve? È una forma espressiva a lei congeniale? Pensa di frequentarla ancora?
«I corti sono stati sicuramente una palestra e al tempo stesso un linguaggio più contemporaneo di quel che pensiamo. Oggi siamo sempre più abituati a vedere storie brevi, pensiamo ai video sui social. Come spettatori abbiamo bisogno di storie brevi. È un’esperienza che conto di riportare anche in un lungometraggio che racconti più storie, un film multilineare».
Nei primi due corti c’era il pescarese Andrea Arcangeli, non ancora lanciato dalla serie Romulus. Come lo ha scelto?
«Conoscevo già Andrea. Io andavo a scuola a Montesilvano, lui a Pescara e la sera si usciva a corso Manthonè, si scambiava qualche parola, più di una volta si era detto di fare qualcosa insieme. Andrea è molto bravo, è quello che apprezzo di più della sua generazione, ha intensità e disciplina nel preparare il ruolo. Era così già da giovane».
Per gli interpreti di Patagonia ha scelto Augusto Mario Russi in un rave. Invece per Andrea Fuorto com’è andata?
«Con lui la scelta è avvenuta in maniera classica, mi è stato presentato dal casting director, poi ha fatto un provino in cui è stato molto bravo e mi ha convinto. Ha portato un’idea interessantissima di personaggio».
Di Patagonia si è scritto molto, del suo mettere in scena un rapporto d’amore fondato su dipendenza, potere, sottomissione. È stato evocato Fassbinder. Anche se alla fine tra Yuri e Agostino, sembra quest’ultimo quello perso.
«Interpretazione correttissima. Tutti i rapporti di dipendenza sono anche rapporti di co-dipendenza. Si pensa sempre che il sottomesso sia il più dipendente, ma in realtà il più forte è dipendente anche lui dal più debole, perché senza non avrebbe quel potere. È un gioco di riflessi. Leggevo in un libro sul masochismo che il sadico è anch’esso un masochista, perché l’altro è uno specchio ed è come far male a se stesso».
Cosa le piace del cinema di Fassbinder? E quali sono i suoi altri riferimenti, anche non cinematografici?
«Fassbinder in mille film diversi ha saputo raccontare questo tema portando avanti un discorso, come un filosofo per immagini, sui rapporti di forza, sulle micro e macro violenze che facciamo e subiamo nei rapporti amorosi, familiari, lavorativi. Ho altre ispirazioni più periferiche al cinema, la principale è la fotografia, mezzo che mi piace e pratico da amatore. Gli autori? Nan Goldin e Larry Clark».
Lavora coi coetanei, questione di comune sentire o di democrazia sul set?
«Mi piace tantissimo lavorare con attori della mia generazione, con persone che come me sono in una fase iniziale del loro lavoro, c’è tutta la gioia e la purezza di fare qualcosa di bello in un momento della vita in cui il cinema non è ancora diventato solo un lavoro. Ed è importante ragionare su mondi di giovani e quindi è importante un bagaglio culturale e di esperienze comuni. È stato giusto e bello continuare e fare le prime cose insieme dopo avere frequentato tutti la scuola di cinema al Centro sperimentale di cinematografia».
Nelle note di regia di Patagonia ha scritto: “Quando arriviamo al campo rave, Agostino non è altro che uno dei tanti giovani frastornati, fluttuanti sessualmente e psicologicamente indeterminati. A muoverli non è l’ambizione ma il precipitato di un desiderio che serve a sbarcare il lunario e arrivare a domani, dove tutto ricomincia uguale a ieri”. È così la sua generazione, cristallizzata nel presente perché è difficile scorgere un futuro?
«Esatto. Nelle note di regia facevo riferimento a persone che frequentano l’ambito rave, ma universalizzo questa cosa a un sentimento contemporaneo della gioventù, in cui è tanto importante il presente. Le stesse tecnologie riflettono molto questo sentimento e lo influenzano. Instagram, per esempio, permette di fare storie che durano 24 ore, l’assoluto presente, e allora è importante raccontarle bene queste 24 ore. Il presente è più importante del passato e del futuro».
Dove vive?
«Abito a Silvi Marina. Dopo aver vissuto per tanto tempo tra Roma e Milano ho deciso di tornare qui perché è un luogo che mi offre la tranquillità necessaria per scrivere. Mi mancano forse le occasioni culturali, tanti film qui non arrivano».
Patagonia è girato tra Silvi, Montesilvano e la cava del rave nel Lazio, ma i paesi abruzzesi sono non riconoscibili, Teramo solo un cartello… Voleva rappresentare una periferia universale?
«Sì, era importante ambientare la storia in una periferia ma non volevo fosse un discorso legato a questa terra, l’intenzione era universalizzare il discorso, fare non un film su un luogo ma su una relazione».
Ai David, Patagonia non era nella cinquina delle migliori opere prime. È rimasto deluso? La sensazione è che i David alla fine premino chi è già noto e affermato, senza guardare realmente ai nuovi autori. A parte Giacomo Abbruzzese, erano in cinquina attori all’esordio in regia, Paola Cortellesi, Micaela Ramazzotti, Michele Riondino, Giuseppe Fiorello.
«È stato un David molto triste quest’anno, non solo per me ma in generale. Non ero sorpreso, perché forse mi viene da pensare che sia il sistema di votazione dei David da rifondare. Se vediamo premiate persone conosciute è perché a votare sono altre persone conosciute. È davvero difficile far vedere la propria piccola opera prima a persone del mestiere».
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