Stesso pub per israeliani e palestinesi

Amos Gitai racconta un modello di convivenza reale nel film “Laila in Haifa”
VENEZIA. Il regista israeliano Amos Gitai per la settima volta al Lido porta in concorso un film singolare, Laila in Haifa che racconta la possibilità, o almeno un esempio di una possibile convivenza tra israeliani e palestinesi, tema che accompagna tutta la sua produzione. Tutto girato in una discoteca-galleria, vicina alla ferrovia della sua città natale, appunto Haifa, il film racconta una serie di incontri che avvengono in questo locale molto libero, aperto come è a omosessuali, israeliani, musulmani, travestiti e comunque a persone che si vogliono divertire o che hanno solo voglia di sesso occasionale.
La Laila del titolo, nome femminile che in arabo significa notte, indica appunto che tutto si svolge in una sola notte dove si consumano approcci, ci si divide a volte per odio razziale e si parla anche molto di tutto: dall'arte, alla politica, alle dinamiche dell'amore fino ai destini del mondo. Perché Haifa? Spiega Gitai, intellettuale da sempre poco gradito dai partiti destra israeliani: «Sono nato ad Haifa e trovo che questa città ha tante qualità. Intanto non è drammatica come Gerusalemme per il suo essere legata alle religioni, non è cool come Tel Aviv, ma una città della moderazione. Insomma si può guardare ad Haifa come a un modello. E questo club che racconto nel film esiste davvero. È un posto vero, non virtuale». «La domanda», aggiunge Gitai, «che pone Laila in Haifa è: l'arte può davvero creare uno spazio dove le persone possano esprimere le loro diverse identità cercando una strada per una convivenza pacifica? Non credo in verità che le arti possano fare questo, cambiare la realtà, ma ci fanno comunque riflettere. Questo tipo di realtà - sottolinea Gitai - le cambiano le armi e la politica anche se ci sono degli esempi del potere dell'arte: penso a Guernica di Picasso che forse ancora incide nella attuale politica spagnola (mi riferisco alla recente rimozione dei resti di Francisco Franco dal mausoleo Valle de los Caidos)». Per il regista di Kadosh: «Se le arti non controllano le cose della politica ci si può aspettare anche poco da quest'ultima. Per non dire poi un'altra verità: ci sono molti interessi, anche economici, che vogliono che il conflitto israelo-palestinese continui ad esserci».
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