Tradizioni al tempo di Facebook secondo Lia Giancristofaro

10 Aprile 2018

Chi l’ha detto che il nuovo, anzi il nuovissimo mal si attagli con il vecchio? Meglio: l’antichissimo. Un binomio, antico-moderno, invece, in cui il primo si risolve proprio nel secondo, come ora è...

Chi l’ha detto che il nuovo, anzi il nuovissimo mal si attagli con il vecchio? Meglio: l’antichissimo. Un binomio, antico-moderno, invece, in cui il primo si risolve proprio nel secondo, come ora è dimostrato da una recente ricerca di Lia Giancristofaro, professore associato all’università d’Annunzio Chieti-Pescara in materie demo-etno-antropologiche, e direttrice, dal 2000, della Rivista abruzzese.
La studiosa, infatti, nel suo “Le tradizioni al tempo di Facebook” (Carabba, 197 pagine), ripercorrendo anche alcuni dei riti tra i più noti dell’Abruzzo – come quello dei serpari di Cocullo o del dente di san Domenico – mostra come proprio l’era digitale e dei social media sia quella più adatta per la trasmissione delle tradizioni. Un apparente paradosso, che, però, nell’approccio scientifico di Giancristofaro, si svela come una logica conseguenza. In questa sua analisi, attraverso una ricerca svolta tra il 2005 e il 2016, la quale ha coinvolto oltre 351 persone, di cui 151 contattate telematicamente e altre 200 attraverso una partecipazione osservante durata per anni, la docente mette in evidenza come i new media, come appunto Facebook, siano in grado di riprodurre molto più efficacemente ciò che è antico, come l’oralità, che, in quanto mezzo, è il fondamento della trasmissione della tradizione autentica. Questo perché, fa notare Giancristofaro, la scrittura online è immediata e paratattica - ovvero senza subordinate che inducono all'involuzione del discorso –, tende a far prevalere la trascrizione immediata del suono senza rispetto alcuno delle regole grammaticali, e coinvolge emotivamente con segnali multisensoriali. Insomma, per la sua maggiore genuinità, e l’assenza, perlopiù, di una struttura sintattica codificata, il linguaggio scritto che corre sugli smartphone è diventato il migliore cocchiere di quell’afflato della terra che la contemporaneità rievoca per solidificare l’oralità che ha contraddistinto la catena secolare delle tradizioni. Una visione dunque «dantesca», quella di Giancristofaro – visto che il vate per sottolineare l’importanza del volgare scrisse il De Vulgari Eloquentia, ma in latino, ciò che formalmente lo nega – per la quale il linguaggio della Rete rappresenta la custodia di quel "lore", di quel "sapere", come scrivevano gli anglosassoni, che altrimenti rischierebbe di essere perduto.
Vito de Luca
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