Transumanza: un Abruzzo che non c’è più

28 Maggio 2016

L’epopea dei pastori in un volume di Lufino e Di Pietro presentato a Castel del Monte

CASTEL DEL MONTE. «Non è stata la nostalgia dei ricordi, dei tempi passati, ma la voglia di testimoniare con scatti fotografici di ieri e di oggi l'opera dei nostri padri, la loro vita scandita dal tempo della natura, fatta di sacrifici, difficoltà e rinunce....». E' da qui, dall'idea di conservare l'identità di una comunità, che nasce “I pastori in terra d'Abruzzo”.

E' il titolo del libro di Giovanni Lufino e Dino Di Pietro. Più che un libro sembra un album di fotografie di famiglia, pieno di scatti - di autori diversi, gran parte a colori, alcuni in bianco e nero - che si riconoscono al primo sguardo.

Ogni scatto è un frammento di lavoro quotidiano dei pastori, storie e ambienti, altipiani, monti e paesaggi ancora capaci di trasmettere un'emozione; insieme raccontano un Abruzzo che quasi non c'è più. Il volume è arricchito da testi inediti, fra gli altri, di Adriana Gandolfi, Edoardo Micati, Antonio Bini, Mario Massarotti, Isabella Micati.

Le narrazioni - discrete, a volte appena sussurrate - che arrivano a noi da quelle immagini, testimoniano un'esistenza dura, quella che è stata la vita dei nostri pastori e delle loro famiglie.

Un passar delle stagioni fatto di privazioni e di stenti, scandito dai tempi della transumanza, lo spostamento delle greggi in autunno verso i più miti pascoli del Tavoliere delle Puglie e in primavera il ritorno a casa, sugli altipiani d'Abruzzo come Campo Imperatore, nella solitudine degli alpeggi verdeggianti delle nostre montagne.

La Transumanza segnava l'esistenza degli uomini-pastori e anche quella delle loro donne, lasciate sole ad accudire i figli e il lavoro nei campi nei lunghi mesi invernali. Commoventi e tragiche le partenze, dolorose le separazioni.

«Di settembre allor verso la fine lassù nel nostro Campo Imperatore, sull'alte vette, e pur sulle colline vi scende della neve il bel candore, bianche le valli ed il piano di brine ti punge il freddo; le greggi e il pastore non vi possono più stare senza ripari a partir conviene che si prepari. La partenza è ver che è dolorosa, che distaccarsi non può far piacere, perché si vive una vita incresciosa delle Puglie nel vasto Tavoliere. Chi lascia la consorte o l'amorosa, i figli, i genitori. Triste mestiere! Per la miseria e campar la vita la famiglia non può viver unita».

Comincia così il suo racconto sulla transumanza Francesco Giuliani, il pastore poeta di Castel del Monte (1890-1970), nel poema in strofe “Se ascoltar vi piace. La storia antica del tratturo”.

Personaggio straordinario, Giuliani farà per oltre cinquant'anni la vita del pastore «grama e solitaria», addolcita però dalla passione per la cultura e la scrittura.

Nella bisaccia portava sempre un libro e un quaderno dove raccoglieva i suoi pensieri, ce ne ha lasciati 400, una biblioteca; autodidatta ha imparato «a lavorar di penna» mandando a memoria i classici della letteratura, Dante Tasso e Ariosto i suoi preferiti. Alla vicenda umana di Francesco Giuliani dedica un capitolo il libro curato da Dino Di Pietro e Giovanni Lufino.

“I pastori in terra d'Abruzzo” verrà presentato oggi alle 16.30 nella sala comunale di Castel del Monte. Alla Pro Loco il merito dell'ideazione e dell'organizzazione dell'iniziativa che ha anche il patrocinio del Comune; presenti i curatori del volume, partecipano all'incontro studiosi della civiltà agro-pastorale abruzzese e delle sue tradizioni, Isabella Micati, Antonio Di Loreto, Mario Massarotti. La proiezione di un video con le immagini del libro chiuderà la serata.

Castel del Monte, quanto di meglio per la presentazione di un libro sui pastori. A due passi dell'immenso altipiano di Campo Imperatore, alle pendici del Gran Sasso, qui la pastorizia è stata per secoli la spina dorsale dell'economia. E la pratica dell'allevamento, sopravvissuta anche alla fine della transumanza, ha forgiato una generazione di pastori dell'ultima leva che è riuscita a conservare una solida tradizione casearia. Le ricotte, il marcetto (crema dal gusto molto forte ottenuta con la fermentazione indotta di formaggi invecchiati) e soprattutto il pecorino canestrato di Castel del Monte (il nome deriva dai canestri di giunco nei quali si fa stagionare), rappresentano tutt'oggi prodotti di eccellenza diffusamente apprezzati.

Giulio Petronio ha 56 anni, fa l'allevatore da quando ne aveva 19. Diplomato perito meccanico ha rifiutato il posto sicuro in un'azienda e ha ricomprato le pecore che il padre aveva venduto proprio per non fargli fare il pastore come lui. Della pastorizia ha fatto una professione: «Mi ha spinto la passione - racconta lo stesso Petronio - e anche nei momenti difficili non mi sono mai scoraggiato». Oggi è presidente del consorzio di tutela del canestrato ed è titolare dell'azienda zootecnica più grande e importante della zona: «Questo lavoro non è mai stato facile, i problemi economici non mancano, ma io sono felice della mia vita». Altrettanto Alessandro Pelini, titolare anche lui di un'azienda zootecnica e di un punto vendita in paese presidio Slow Food. E così, Renato Mucciante discendente di una antica famiglia di allevatori.

Altro esempio di questa moderna generazione di pastori castellani la giovanissima Rosetta Germano, laureata in economia, che ha preferito con la sorella Donatella dedicarsi all'allevamento e alla produzione del canestrato. Insieme realizzano anche un'attività creativa che sta riscuotendo successo, la produzione di un tipo di formaggi particolari arricchiti con i sapori delle erbe di montagna.

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