«Tutto cominciò per caso...»

15 Giugno 2019

L’origine di una passione con un disco a 33 giri di Woody Herman

Pubblichiamo l’incipit del primo capitolo del libro “Rapsodia in blue note. La storia di Pescara Jazz” .
di LUCIO FUMO
Tutto cominciò per caso. Come sempre accade nei grandi appuntamenti della vita, quelli che arrivano quando meno te li aspetti. E poi la vita te la cambiano davvero. Un motivo orecchiabile, il fascino della spensieratezza e della gioventù, qualche lira in tasca. Quanto bastava per acquistare un disco, di quelli pesanti a 78 giri, che se cadeva a terra finiva in mille pezzi assieme ai sogni su pentagramma.
Il vinile leggero e infrangibile dei 33 giri, gli LP, doveva ancora arrivare. Ero entrato quasi di corsa nel negozio di dischi Verrocchio di Corso Umberto, a Pescara, sperando che avessero una copia de “Il ballo del taglialegna”, l’“At the woodchopper’s ball” di Woody Herman, un brano del 1939 che io avevo ascoltato per caso a una festa, tanti anni dopo: una rivelazione, un richiamo irresistibile che aveva acceso in me le più incredibili fantasie.
Il titolo di quel brano oggi fa sorridere, perché inadeguato ai tempi, ma allora racchiudeva un mondo fatto di swing, foxtrot, piste, danze, sorrisi e gioia di vivere. Persino Pippo Barzizza nel 1943, in piena guerra, ne aveva registrato una sua versione e nel 1951 era stato Cinico Angelini ad arrangiare a suo modo una pagina popolarissima. Quando ho visto la copertina del disco che stavo cercando, ho avuto un tuffo al cuore.
Ero un ragazzino, frequentavo la seconda media. Divorai la strada che mi separava da casa, o meglio dal giradischi che mi avrebbe restituito quei suoni che mi avevano fatto sognare. Non potevo neanche immaginare cosa sarebbe potuto accadere dopo quel semplice acquisto. Era il primo di una serie che mi avrebbe aperto gli occhi sul mondo. Woody Herman da quel giorno era un nome che cercavo con uno slancio e un trasporto che potevano essere solo quelli della gioventù.
Non era l’epoca delle rockstar, dei deliri di massa negli stadi, degli spettacoli da fantascienza, dell’hi-fi, delle mille radio che trasmettono ogni genere di musica 24 ore su 24: eri solo tu davanti a un giradischi con un solo altoparlante, con la puntina che strappava le note alla nera superficie levigata del disco e qualche volta lo rovinava pure facendolo gracchiare. Avevo bisogno di conoscere di più e meglio la musica di Herman. “Il ballo del taglialegna” era stato solo l’apripista. Dopo quel 78 giri ne avevo acquistati altri quattro o cinque, tutti dell’etichetta Metro Goldwyn Mayer, prima di arrivare a quello della svolta, ma non nel modo che avrei potuto immaginare. Era un concerto registrato a marzo del 1946 alla Carnegie Hall; mi aspettavo ritmo, brio, voglia di scendere in pista. Invece era 14 tutta un’altra cosa. Si trattava tra l’altro dell’esecuzione dell’“Ebony Concerto” per clarinetto e jazz band che Igor Stravinskij aveva composto e dedicato a Herman: sonorità ardite, impasti aspri, un discorso musicale che non era quello che mi aspettavo. Cos’era quella roba?
Dopo un ascolto frettoloso avevo accantonato quel 78 giri, senza sapere che proprio da quel rifiuto superficiale stava cominciando una storia esaltante: la passione giovanile diventava l’amore di una vita, quello per il grande jazz che passava attraverso il classico. Io sono nato in mezzo alla musica, in tutte le sue declinazioni. La musica faceva parte del mio quotidiano, come in realtà lo è di tutti, persino di coloro che non se ne accorgono. Io non suonavo, ma nella mia famiglia, a Teramo, le sette note erano davvero di casa: tre mie cugine suonavano il pianoforte e cantavano, per me era naturale starle a sentire, a imparare da loro senza sapere di farlo. Non sapevo ancora né leggere né scrivere, eppure ero in grado di riconoscere i dischi con quello che c’era dentro. E mi piaceva ballare. Il jazz era arrivato prepotentemente in Italia dopo la seconda guerra mondiale.
Prima era per pochi privilegiati, sia quando il regime fascista si limitava a italianizzare i nomi degli artisti statunitensi, trasformando Benny Goodman in Beniamino Buonuomo e Louis Armstrong in Luigi Fortebraccio, sia quando Mussolini lo vietò perché espressione dei neri d’America, similmente a quanto aveva fatto Hitler in Germania. ©RIPRODUZIONE RISERVATA