Un santo per ogni campanile Storia devozionale dell’Abruzzo

Esce per le edizioni Menabò l’opera in cinque volumi di Maria Concetta Nicolai Un racconto, unico nel suo genere, di tutti i patroni dei 305 comuni della regione
La devozione di una comunità raccontata in un’opera fluviale, enciclopedica, colta, godibile, definitiva. Così è “Un Santo per ogni campanile. Il Culto dei Santi Patroni in Abruzzo” (edizioni Menabò, D’Abruzzo - Libri, Ortona 2018) lavoro in cinque volumi, di Maria Concetta Nicolai, antropologa, direttore culturale della meritoria casa editrice D’Abruzzo libri Menabò fondata e guidata da Gaetano Basti.
Il lavoro offre al lettore il panorama completo della devozione municipale della Regione: ogni paese un patrono, ogni borgo un santo da onorare, ogni pietra una storia sacra da raccontare. In circa 1.800 pagine Nicolai esamina singolarmente tutti i 305 comuni d’Abruzzo, rilevando in ognuno le origini del Patronato e le storie dei santi titolari: ben 173, tra i quali ricorrono con maggiore frequenza la Madre di Dio, San Nicola di Myrea, San Rocco, San Giovanni Battista. Assieme a loro i primi martiri e gli apostoli, i vescovi evangelizzatori, «il variegato e fantasioso mondo della sanità orientale». L’autrice ne descrive l’iconografia e il luogo deputato (chiesa matrice), le origini del culto, la pratica liturgica, in un inedito approccio alla storia della regione. «Riporto in piazza il popolo e i suoi Santi», scrive l’autrice, «con spirito laico», ma «con rispetto», applicando gli strumenti delle discipline antropologiche.
Quasi sempre la storia municipale di questi santi patroni coincide con le origini stesse della comunità, rimanda ai secoli dell’incastellamento, segue le vicende delle signorie, racconta i popoli che nei secoli si sono affacciati in Abruzzo (bizantini, longobardi, franchi, normanni, svevi, angioini, aragonesi), osserva l’emergere dell’influenza dei grandi potentati benedettini: dall’abbazia imperiale di Farfa a quella di San Vincenzo al Volturno, solida roccaforte della nobiltà agraria longobarda, da Montecassino a San Liberatore a Maiella. I santi, nel racconto della Nicolai, danno anche forma alla geografia del territorio, come suggerisce la ricchissima toponomastica, e disegna nuovi e suggestivi paesaggi, costellati di chiese, monasteri, abbazie. Ma l’opera è soprattutto una storia di uomini e donne entrati nel cuore della devozione popolare. Dall’attento esame dei Chronicon, dei Cartulari, dei Regesti diocesani e capitolari, Maria Concetta Nicolai riannoda eventi che segnarono il destino dell’Abruzzo, in cui emergono da protagonisti Equizio a cui Gregorio Magno dedica una delle più belle pagine dei Dialoghi, Leone “cognomine Marsicanus” con la sua Cronaca cassinese, il grande Trasmondo “qui fecit Pentimam”, Pandolfo da Celano e il suo splendido Exultet, Berardo dei Marsi e Berardo di Palearia, l’uno vescovo di Santa Sabina, l’altro di Teramo; ma anche Santi come Eustachio e Panfilo, glorie del potere longobardo, Leucio che rimanda all’economia pastorale normanna, o Madonne che riecheggiano culti ancora più antichi come la peligna Madonna della Libera e Santa Maria di Casaluce nel monastero fortezza di San Benedetto in Perillis.
Rinunciando all’agiografia devozionale, evitando ogni campanilismo, l’autrice traccia un quadro antropologico di culti che corrispondono all’immaginario sentimentale del popolo e sostengono tradizioni che fanno parte del patrimonio identitario regionale, a cui non sono estranee le dieci diocesi tutte di antica fondazione. Come se non bastasse ogni categoria di Santi (Apostoli, Martiri, Vescovi, Abati, Taumatutchi etc.) è preceduta da un’ampia introduzione che spazia su vasti orizzonti e riattribuisce il giusto valore a culti troppo spesso sottovalutati. Ma quanto è ancora viva questa tradizione? L’autrice non può fare a meno di chiedersi se il culto del santo patrono «continuerà a scendere irrimediabilmente la china, incalzata da nuove teologie sociali e ambientaliste che però non consolano i cuori». E’ però un fatto, ragiona Nicolai, che «non può esistere una antropologia culturale del territorio che possa prescindere dal senso umano del Sacro e dalla religiosità del Popolo». In conclusione “Un santo per ogni campanile” è un’opera che l’Abruzzo non aveva e di cui l’Abruzzo aveva bisogno, per la storia di questa terra e per tutti coloro che la amano.
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