UNDICI MINUTI DI APPLAUSI PER LA TRANS DI PALLAORO

4 Settembre 2022

“Argentina 1985” di Santiago Mitre mette l’ipoteca sulla vittoria

VENEZIA. Undici minuti di applausi e tanta emozione in sala per la prima di Monica di Andrea Pallaoro, secondo dei cinque registi italiani in concorso a Venezia 79. Commossa la protagonista Trace Lysette, per la prima volta nel ruolo principale di un film, quasi un traguardo per l'attrice transessuale che vorrebbe in futuro, ha detto, essere considerata «senza etichette, categorie e cercata nei cast al pari di altre donne, ho lavorato tanto, so di meritarmelo, penso sia arrivato il momento di uscire dai pregiudizi». Lysette ha portato al Lido, per il suo vissuto e il racconto della sua esperienza (la transizione sessuale completata, documenti ancora al maschile), il tema dell'identità di genere e delle sue dimensioni fluide. Uno dei grandi argomenti cinematografici di Venezia 79, disseminato in tanti film, incluso il film del giorno di domani, L'immensità di Emanuele Crialese ambientato a Roma negli anni '70 tra i nuovi palazzoni borghesi, che ha al centro una adolescente, Adriana, che soffre per la crisi matrimoniale dei genitori (Penelope Cruz e Vincenzo Amato), rifiuta il suo nome, la sua identità, vuole farsi chiamare Andrea e ha una immagine androgina, indefinita come tantissimi giovani oggi.. La transessualità è il tema anche di Le favolose di Roberta Torre che ha aperto le Notti Veneziane alle Giornate degli Autori, racconto su Porpora Marcasciano, Nicole De Leo e altre attiviste, impegnate nel Mit, il movimento identità trans con sede a Bologna. E alla settimana della critica c'è Trois nuits par semaine di Florent Gouelou, ambientato nei locali notturni di Parigi dove si innamorano un fotografo etero e una drag queen. Esempi, non esaustivi, di un argomento prepotente che al cinema fa riflettere sull'identità e le trasformazioni.
Ma tornando al film di oggi, Monica è il racconto di un tempo da recuperare, quello lontano dalla famiglia, e di un ricongiungimento da fare dopo tanti traumi: la protagonista dalla California ritorna a casa nell'Ohio, al capezzale della madre morente che l'aveva rifiutata, e nell'abbraccio c'è liberazione e perdono. «Racconto un'eroina moderna, piena di coraggio e generosità che riesce a perdonare di essere stata abbandonata», ha detto Pallaoro. «È una trans, ma se all'inizio ciò è stata la molla della storia, durante il film è passato quasi in secondo piano e la storia diventa quella di una figlia che ritrova la madre e la famiglia dopo tanta assenza».
Se Monica è un ritratto intimo, Argentina, 1985, il film di Santiago Mitre che ha avuto una strepitosa accoglienza al Lido, è un epico tributo al pm Julio Strassera e al suo gruppo di giovanissimi inesperti avvocati che riuscirono a far dare l'ergastolo a Videla e agli altri colonnelli della dittatura argentina nel processo a Buenos Aires del 1985 che di fatto inaugurò la democrazia in Argentina. Ricardo Marin, che interpreta Strassera, nel film è da applausi e una ipotetica Coppa Volpi (come del resto la Lysette di Monica). Il film, tra commozione e persino risate, lascia il segno di un cinema civile «necessario», incalzante come Spotlight, doveroso per la memoria delle 30mila vittime delle torture, come i fazzoletti bianchi delle madri di Plaza de Mayo portati dagli attori sul red carpet. «Non c'è famiglia in Argentina», ha detto il protagonista Darin, che non abbia vissuto qualche sparizione, qualche episodio terribile, dolori, tutti i santi giorni succedeva qualcosa, era il terrorismo di Stato e tutti sapevano, per quanto nessuno, almeno fino al processo del 1985 e alle prove schiaccianti che vennero fuori, pensava che potesse essere stato davvero così feroce». Alejandra Flechner, che nel film è la moglie del pm, quasi si commuove: «Ho vissuto la dittatura, è come un tatuaggio sul mio corpo, puoi non pensarci ma è dentro te».