«Uno nessuno centomila i social secondo Pirandello»

27 Febbraio 2019

L’attore in scena stasera ad Atri con uno spettacolo tratto dal drammaturgo «Oggi domina l’immagine di se stessi così come si vuole apparire, non come si è»

ATRI. Andrà in scena stasera alle 20.30 al Teatro Comunale di Atri lo spettacolo “Uno nessuno centomila” con Enrico Lo Verso, per la regia di Alessandra Pizzi. Lo spettacolo, in tournée da poco più di due anni, ha collezionato oltre 300 repliche. Acclamato dalla critica, lo spettacolo ha ricevuto a Busto Arsizio il “Premio Delia Cajelli per il Teatro”; nella scorsa stagione ha vinto il Premio Franco Enriquez per la migliore interpretazione e la migliore regia. In forma di monologo, il testo è affidato al racconto di Enrico Lo Verso che, dopo anni di assenza dal teatro, torna sul palcoscenico per dar vita a un contemporaneo, Vitangelo Moscarda.
Lei è siciliano e in quanto figlio di questa regione che influenza ha avuto Pirandello nella sua formazione?
Essere siciliano ti fa sentire il dovere si essere vicino al mondo pirandelliano, è una sorta di automatismo. Discendere da quella Magna Grecia, un mondo incentrato sulle grandi riflessioni sul ruolo dell’uomo nel mondo, ti segna. Nell’agorà non si parlava di frivolezze, ma i discorsi erano elevati e filosofici. Pirandello regala riflessioni straordinarie.
Che insegnamento può dare oggi “Uno nessuno centomila”?
Pirandello è attualissimo. Ha scritto di social quando non esistevano, rifletteva sul bisogno di apparire e veicolare una immagine di se stessi come si vuole apparire, non come si è. E’ un testo dunque molto moderno, che pone al centro l’uomo.
Si tratta di un monologo: quali difficoltà ha incontrato nel preparare questo lavoro?
Mi piace definirlo uno spettacolo con molti personaggi e un unico attore, cosa che mi ha affascinato.
Cosa l’ha spinta a accettare questo ruolo?
Quando me lo hanno proposto non facevo teatro da più di dieci anni e inizialmente ho declinato la proposta, poi parlando con la regista e autrice del testo, Alessandra Pizzi, ci siamo trovati in sintonia su tante cose soprattutto su tutte le ragioni che mi avevano spinto a non voler fare teatro ovvero il trovarlo poco coraggioso, poco innovativo. Ci eravamo dati del tempo per allestirlo, parlavamo anche di mesi, poi in una settimana lo spettacolo ci era chiaro ed era pronto.
Pirandello ha scritto molto per il teatro, ma si è scelto di mettere un scena un suo romanzo, perché?
Era in effetti un elemento di perplessità per me, ma quando ho letto l’adattamento di Alessandra l’ho trovato ben scritto. Pirandello diceva che a teatro il pubblico deve vedere uno spettacolo rivisto dalla regia, dalla sensibilità degli attori. Va dunque adattato ai tempi e, se uno ha la curiosità di leggere il testo originale, può farlo. Con la regista ci siamo intesi molto anche su questo.
Lei ad Atri terrà anche uno stage per i ragazzi che frequentano un corso di recitazione, quale insegnamento intende trasmettere loro?
Che non esistono regole e insegnamenti in questo mestiere, non è una scienza. Occorre trovare se stessi, giocare con le emozioni e regalare autenticità.
Teatro, cinema e televisione, quale strumento preferisce?
I mezzi sono solo strumenti, mi piace scegliere testi significativi e nei quali credo. Con il teatro sto ritrovando il contatto con il pubblico che è sano. Il nostro pubblico non è arrogante, a vedere i nostri spettacoli vengono persone che se usano i social è per postare hashtag come “la bellezza ci salverà”. In sala vediamo persone in lacrime, finora abbiamo venduto più di 250mila biglietti, ma il pubblico è molto meno, perché tornano. Sono grandi emozioni per un attore.
Cosa la accomuna al personaggio che interpreta, Vitangelo Moscarda?
Con lui ci sono anche troppe similitudini, il piacere anche erotico del ragionamento continuo, un piacere che è anche mio di destabilizzare gli altri con metafore azzardate.
Chiudiamo con l’Abruzzo: che rapporto ha con questa regione?
No, apriamo con l’Abruzzo, regione splendida. Sto portando in scena anche Le Metamorfosi dell’abruzzese Ovidio, un esperimento difficile e bellissimo, e l’estate scorsa abbiamo messo in scena a distanza di due settimane Ovidio e Pirandello a Pescara. Il pubblico era quasi lo stesso. Hanno riconosciuto la grande profondità di Ovidio: ha scritto duemila anni fa cose ancora attuali.
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