Ute Lemper racconta Marlene Dietrich tra musica e tormenti

4 Marzo 2022

Stasera ad Avezzano lo spettacolo nato da una telefonata L’artista e autrice tedesca: «Io come lei, ma meno diva»

Ute Lemper è una di quelle artiste il cui nome evoca immediatamente una sensuale eleganza d’altri tempi, una voce di miele. La stessa voce che attraversa l’oceano, da New York, in un inglese appena toccato da un evanescente accento tedesco. Rendezvous with Marlene, stasera alle 21 al Teatro dei Marsi di Avezzano per la stagione di Harmonia Novissima, sarà per la cantante, ballerina, attrice e autrice tedesca il primo appuntamento in Italia dopo la chiusura dei teatri per Covid. La carismatica interprete ha portato spesso in Italia il suo raffinato repertorio: un canzoniere che univa Kurt Weill, Bertold Brecht (anche in collaborazione con l’altro gigante teatral-musicale Milva), Jacques Brel, gli italiani Luciano Berio e Nino Rota, ma anche Elvis Costello e Philip Glass. «Non torno in Italia dal 2020», spiega Ute, «più di due anni. Tutti gli spettacoli sono stati cancellati. Sono felice di poter tornare».
Trentaquattro anni fa, nel 1988, Ute Lemper era sul palco a Parigi con lo spettacolo Cabaret. La stampa iniziò a paragonarla alla leggendaria Marlene Dietrich: stesso tipo di bellezza algida ma incandescente, stessa eleganza. Ute inviò una cartolina alla Diva, che sorprendentemente la chiamò al telefono. Rendezvous with Marlene racconta quella telefonata, una chiacchierata di tre ore tra la giovane Ute e l’87enne attrice. Ma la Ute di oggi quanto è diversa dalla Ute di allora? «Sono diversa in ogni aspetto della mia vita», racconta, «se ricevessi quella telefonata ora, avrebbe un effetto incredibile. Mi piacerebbe tantissimo poter parlare con lei, ora che sono più matura: capirei meglio certe sue angosce, il suo isolamento, il suo fare a pugni con la vita. Per questo ho aspettato tanto prima di scrivere lo spettacolo. È stato un momento incredibile che mi ha scioccato, forse per questo mi scivolò addosso». All’epoca, Ute aveva 25 anni ed era «così impegnata, tutta presa dalla mia lotta per farcela come attrice», racconta. «Non mi sono resa conto dell’impatto di quella telefonata. Anni dopo ci ho ripensato e ho cercato di catturare quell’emozione».
Marlene Dietrich viveva in isolamento da anni, a Parigi. Eppure si aprì con grande franchezza con Lemper. «Eravamo entrambe profondamente tedesche, ma trapiantate altrove», ricorda la cantante. «Lei non tornava in Germania da tanto tempo. Aveva lasciato il Paese nel 1928 e quando tornò, dopo la Guerra e dopo aver preso posizione contro la Germania nazista, non fu bene accolta, fu trattata da “traditrice”. Nonostante la sua forza, la sua coerenza, dovette sopportare l’incredibile dolore di essere contestata in patria».
«È una parola terribile, “traditore”», dice con passione Ute, «specialmente per lei, che aveva fatto, invece, una cosa epica, scagliandosi contro il Nazismo. Fu per lei insopportabile essere contestata dai suoi compatrioti per aver fatto la cosa giusta. Ma quello che mi colpì di più fu la sua malinconia, una cosa che riuscii a capire perché ho avuto sempre un lato malinconico, anche se non ero matura abbastanza per identificarmi in lei. Poi era anche un po’ matta», ride Ute, «egocentrica, senza peli sulla lingua».
Il mondo di Marlene Dietrich era molto diverso, quel bianco e nero sembra così distante dal mondo iperveloce e tecnologico di oggi. Ma per Ute Lemper, il messaggio di quella diva di altri tempi è terribilmente attuale. A maggior ragione in questi giorni, con quello che sta succedendo tra Ucraina e Russia. «Lei», racconta, «fece sentire la sua voce: nonostante una vita sotto i riflettori, nonostante le origini tedesche, si schierò per le sue idee. Fu una donna emancipata, di parola e di azione, una donna del futuro».
Si sente una connessione speciale, artistica, tra Marlene e Ute, un’eredità. «Mi sento vicina a lei nel suo coraggio di essere cittadina del mondo. Vivo a New York, ma mi sento europea: sono tedesca, ma allo stesso tempo non lo sono. Per tantissimi anni sono stata influenzata da culture differenti. Però, da un certo punto di vista», continua, «preferisco la cultura europea. In America è tutto molto superficiale, a volte lo trovo deprimente. È la concezione stessa della bellezza ad essere diversa: negli Stati Uniti è considerato bello il viso ritoccato, iper truccato, artificiale. A me piace ciò che è reale, naturale, quando anche il brutto diventa bello. In Europa, si può essere fuori dal coro, diversi e io trovo questo molto più interessante».
«E probabilmente», ride divertita, «sono una mamma migliore di lei. Aveva una figlia sola, ma preferì seguire la sua carriera: forse era troppo giovane». Poi Marlene era molto più “diva”, ritiene Ute. Marlene, con il suo anticonformismo, la sua libertà sessuale, quel suo giocare sottilmente tra sensualità e mascolinità, con l’androginia, è a tratti molto moderna. «Marlene fu una pioniera dell’emancipazione. Era bisessuale, amava indifferentemente uomini e donne. Il suo stile era autentico. Quando scelse gli abiti maschili, il frac, il cilindro, fu uno choc per quell’epoca, una rivoluzione. Ruppe ogni regola ed esplorò nuovi territori della sessualità. Oggi questo sembra tutto più normale».
Si torna a parlare della situazione in Europa, dei rigurgiti di nazionalismo e populismo che sembravano scomparsi dopo la Seconda Guerra. «È strano», considera l’attrice, «in questi tempi non c’è più fame, c’è un benessere diffuso, ma le persone regrediscono, tornano a una considerazione primitiva del proprio essere, hanno bisogno di identificarsi in simboli, movimenti di sopraffazione gli uni degli altri. Sembra che non si riesca a convivere con la libertà, con la tolleranza, con il fatto che tutte le religioni e le razze sono uguali. Sono convinta che la situazione tornerà sotto controllo. Capisco che in Ucraina le persone vogliano essere indipendenti, decidere come vivere: penso che il presidente sia una persona molto centrata».
È molto precisa e determinata, Ute Lemper, con una carriera sempre legata a repertori “alti”, di qualità. Lontana anni luce dalla corsa al successo più commerciale. «Sono un po’ un dinosauro», confessa, «non vado online, non voglio essere costantemente raggiungibile. Mio figlio 25enne gestisce i miei social, ma in realtà non mi interessano molto. Non ho tempo! Ho la mia carriera, i miei progetti, devo crescere quattro figli, di cui due in età scolastica. Ma il mondo ormai è questo», sospira. «Forse tra vent’anni vivremo tramite avatar, chissà. Spero solo che non si perda il contatto con la natura e la libertà di uscire a farsi quattro chiacchiere e una risata con gli amici».
Tra i progetti futuri, il ritorno a Milano, poi a Sanremo con la musica di Astor Piazzolla e un’orchestra sinfonica alle spalle. «Ma lo show su Marlene», sottolinea con convinzione, «è uno dei miei preferiti in assoluto». E stasera sarà l’occasione per apprezzarlo di persona.