Venerdì a Spoltore l'Arlecchino di Giorgio Pasotti

L’attore presenta al Multiplex Arca il suo esordio alla regia. «Oggi solo Benigni sa e può dire ciò che vuole»
di Rosa Anna Buonomo
PESCARA
Due generazioni a confronto. Un ritorno alle radici e la ridefinizione della propria identità, complice una delle Maschere più celebri e amate della Commedia dell’arte. E’ “Io, Arlecchino”, prima prova da regista di Giorgio Pasotti, affiancato da Matteo Bini, con Giorgio Pasotti, Roberto Herlitzka, Valeria Bilello, Lunetta Savino, Gianni Ferreri. Il film racconta la storia di Paolo, rampante conduttore di un talk show televisivo che un giorno riceve una telefonata a sorpresa: il padre Giovanni, attore di teatro, è stato ricoverato in ospedale. Paolo torna dunque nel paese natale tra i monti bergamaschi, dove trova Giovanni in pessime condizioni di salute, ma animato da una gran voglia di riportare in palcoscenico il suo personaggio più riuscito: Arlecchino. Da quel momento dovrà scegliere fra passato e futuro, fra tradizione e modernità, cercando nel frattempo di fare luce su ciò che vuole (essere) veramente. Il Centro ha intervistato l’attore bergamasco, che venerdì, sarà ospite del Multiplex Arca di Spoltore in occasione della proiezione del su suo film che chiuderà la Settimana del Cinema Agiscuola.
Modernità e tradizione unite dal personaggio Arlecchino, che fa da collante. Perché questa scelta?
«Credo che oggi più che mai ci sia la necessità, da parte delle giovani generazioni, di capire, conoscere fino in fondo quello che sono le nostre matrici culturali e tradizionali, storiche in generale. Questo aiuta molto a capire chi si è e dove si vuole andare. Soprattutto in un momento come questo, in cui si è perso un po’ il senso d’orientamento, il recupero della tradizione può essere una bussola».
Quanto è ancora attuale Arlecchino?
«Tantissimo. E’ il padre fondatore dei comici, dopo di lui sono venuti tutti, da Charlie Chaplin ad Alberto Sordi. Magari ce ne fossero... Andrebbe recuperato quel senso anarchico, liberale, di dire quello che si vuole anche in contesti dove non lo si può fare. A me serviva proprio un personaggio come lui, che potesse permettersi oggi, in un contesto come quello televisivo, di poter dire ciò che pensa e nel modo in cui lo pensa e comunque risultare essere non offensivo e non presuntuoso. Oggi gli Arlecchini sono pochissimi. Pochissimi personaggi hanno questo potere: potersi permettere di dire quello che vogliono e al tempo stesso far ragionare e non offendere, non essere invasivi e prepotenti. Mi viene in mente Benigni, più di lui nessun altro. Sì, oggi Benigni è un moderno Arlecchino».
Parliamo di Paolo, il personaggio che interpreta nel film. Come lo ha costruito?
«Doveva essere, in partenza, l’opposto rispetto al “vecchio” Arlecchino. Un uomo che rappresentasse la modernità con tutti i suoi pro e i contro e che, a un certo punto, si doveva scontrare con una tradizione che peraltro gli apparteneva. Era il perfetto contraltare a quello che è suo padre. Da un lato sono uniti da un legame di sangue, di provenienza, dall’altro rappresentano due mondi diametralmente opposti. Mi piaceva l’idea che il personaggio di Paolo rappresentasse un nuovo modello di pensiero, quello che vuole una società pronta a tutto e disposta a qualsiasi sacrificio pur di arrivare, pur di essere leader, pur di guadagnare, dimenticandosi molto spesso di quelle che sono le cose più importanti».
Il film verrà proiettato davanti una platea di studenti. Com’è cambiato l’approccio delle giovani generazioni al cinema?
«Purtroppo noi che facciamo questo mestiere non abbiamo aiutato le nuove generazioni a conoscere ciò che ci appartiene, ciò che è realmente importante, parlando ovviamente di cultura. Molto spesso li abbiamo”‘anestetizzati”. Abbiamo assopito la curiosità, l’interesse e questi invece non devono mai mancare perché se da un lato il film deve essere un sogno, un viaggio splendido, deve anche in qualche modo far riflettere. Ed è per questo che, ritornando al mio film, la chiave di racconto è stata da subito molto chiara: una chiave moderna con degli snodi che potessero favorire un coinvolgimento emotivo soprattutto dei più giovani. Durante le proiezioni che abbiamo avuto nei licei francesi e del nord Italia ha riscosso un successo inaspettato proprio perché i ragazzi si aspettavano un film che, parlando di teatro, Commedia dell’arte, Arlecchino... fosse a tratti noioso, autoriale. Invece si sono trovati di fronte un film che tratta sì temi importanti come la paternità, la cultura, la televisione ma con un linguaggio totalmente moderno.
Lei ha interpretato un ruolo nel film Premio Oscar “La grande bellezza” di Sorrentino. Un riconoscimento che non tornava in Italia dai tempi de “La vita è bella”. Cosa manca al cinema italiano oggi?
«Quelli di Sorrentino, Garrone, Moretti o di Muccino sono casi isolati. Non sono la media del cinema italiano. Sono mosche bianche in un mondo in cui, purtroppo, si produce troppo il genere di film che non lascia un segno. Bisogna tornare a essere più coraggiosi, come in Francia. Recuperare una qualità di racconto, riscrivere e mettere in scena storie che possano essere universalmente comprensibili e condivisibili. Ci vogliono produttori più coraggiosi e che ambiscano alla qualità. Bisogna recuperare un linguaggio più internazionale, che peraltro ci è sempre appartenuto ed è stato il marchio di fabbrica del cinema italiano».
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