Versi dell’assenza Il dolce peso del sopravvivere

4 Febbraio 2015

Nella raccolta poetica dell’autore lancianese i lunghi giorni senza la compagna di una vita

di Giuliano Di Tanna

Giuseppe Rosato ha 83 anni, vive a Lanciano dove è nato, ed è il più prezioso scrigno letterario che oggi abbia l’Abruzzo. La sua ultima collezione di versi si chiama Conversari: 53 poesie raccolte in 63 pagine e pubblicate da Carabba, la casa editrice che, nel 1929, diede asilo a “Gli indifferenti”, l’esordio narrativo di Alberto Moravia. Rosato apppartiene a quella nobile repubblica degli scrittori e dei poeti della provincia italiana – come Marin, Zanzotto – che fecero della lontananza dal centro del Paese la cifra anche stilistica della loro scrittura. Come Marin, Rosato ha scritto versi in dialetto. Ma è la sua produzione in lingua italiana che abbaglia per semplicità lessicale e profondità di sentire. Conversari non fa eccezione. Nei versi liberi delle poesie di questa raccolta Rosato affronta i temi che gli sono cari della riflessione sull’assenza e sul tempo. I componimenti sono come una sola, ininterrotta conversazione con se stesso; un flusso di coscienza che Rosato controlla e osserva con lucidità e pacatezza, quasi a voler raffreddare la materia incandescente, spesso dolorosa, della sua poesia.

E’ un colloquio intimo che comprende, però, sempre una terza persona alla quale sembra rivolgersi la meditazione del poeta, la moglie amatissima che non c’è più, Tonia Giansante, scrittrice anche lei, morta nove anni fa lasciando una ferita ancora aperta che i versi di questo libro evocano con quieta disperazione. Come in questa meditazione vespertina.

Oh com’era l’arrivo della sera/ la dolce consolatio nel tempo/ che la giornata chiudeva le braccia/ e noi liberi fuori della stretta,/ come scioglieva i lacci la serena/chiarità delle strade d’inverno/con il pulviscolo di neve/ a sfiorarci le labbra. Non un’ombra/ rimaneva del giorno disceso/ negli inferi consueti, non altre/ a ingombrare la grazia delle notti.

Il rapporto con la moglie assente ricorda il dialogo di Montale con Mosca (Drusilla Tanzi) in “Satura”: «Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio /non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. /Con te le ho scese perché sapevo che di noi due /le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue». E di Ted Hughes con Sylvia Plath nelle “Lettere di compleanno”: «Alzo gli occhi/ come per incontrare la tua voce/con tutto il suo incalzante futuro/che mi è esploso addosso. Poi torno a guardare/il libro delle parole stampate./Sei morta da dieci anni. E’ solo una storia./La tua storia. La mia storia». Come loro, Rosato esorcizza con il ricordo il vuoto della perdita.

Ora che la discesa ci portava/badava il passo a non scoscendere /ogni volta franando, come se/ fosse il preludio dell’ultima ruina./ Così senza levare che per rari/ azzardi gli occhi a cose d’alto/ cielo o di meno angusta terra/ si andava al cupo con cura solerte/ sì che il piè fermo sempre era il più alto.

Rosato guarda al passato e al tempo che resta con lo stupore di un bambino, fedele alla curiosità atterrita con cui da piccoli fissiamo nella mente ciò che non comprendiamo, come il trascorrere del tempo; o che vorremmo esorcizzare come la prospettiva della fine delle cose e degli affetti. Questi versi ci parlano nella lingua limpida e perduta dei libri di lettura e dei sussidiari delle scuole di un tempo. Con una felicità cantabile che ricorda Penna, Cardarelli.

L’estate è intatta, grande.Vana-/mente la tenta la debole attesa/che s’apra uno spiraglio, un filo d’aria/scavalchi l’invincibile murata.

Conversari è come uno di quei libri delle orazioni, che le nostre madri e nonne consumavano con gli occhi e le dita, in letture cadenzate dalla disciplina rituale delle ore. Con la stessa promessa di pacificazione.

Tutto quello che amammo ora è sepolto/ un angelo lo veglia ma di pietra/ e vederlo sorridere è prodigio/ se qualche volta accada/ solo chiudendo gli occhi, contro il sole./Nel vuoto della luce che ne resta/ l’assenza si rassegna, s’appattuglia/ con tutte le altre cose che non sono.

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