Vespa racconta gli uomini «soli al comando»

5 Novembre 2017

Da Stalin a Renzi carrellata di potenti tra “Storie, amori, errori”. Il ritratto di Trump

E’ in libreria fresco di stampa il nuovo libro di Bruno Vespa “Soli al comando. Da Stalin a Renzi, da Mussolini a Berlusconi, da Hitler a Grillo. Storia, amori, errori”, (Mondadori- Rai Eri, 516 pagine, 20 euro). Pubblichiamo una parte del capitolo dedicato a Donald Trump.

di BRUNO VESPAL’uomo che usa le maiuscole
Ha il viso duro di un uomo molto sicuro di sé. La fronte coperta in parte dal ciuffo biondo bene ordinato, le sopracciglia mosse e cespugliose, il naso importante ma regolare, belle labbra, collo in linea con l’età, ma senza cedimenti rovinosi. Parla anche quando tace. Grida anche quando sussurra.
Nessuno può immaginare che da quella bocca ben disegnata esca qualcosa che non sia un proclama o una minaccia. La parola che usa più spesso è «Io». «Io» è Donald J. Trump, quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Trump ha alcuni primati. A 70 anni, è stato il presidente più anziano ad aver fatto il suo primo ingresso alla Casa Bianca. Ha battuto ogni record di velocità, passando in un baleno da miliardario senza alcuna esperienza politica (mai fatto un dibattito in vita sua, prima delle primarie repubblicane) a guida dello Stato più potente del mondo. Ha stravolto la comunicazione presidenziale, bombardando più volte al giorno il mondo con decine di tweet. Ha oltre 40 milioni di follower, cioè di persone che seguono regolarmente i suoi messaggi, e interviene su qualunque tema. Usa molto il carattere maiuscolo, i punti esclamativi e un linguaggio tranchant che ha dissolto in poche settimane secoli di prudenza e di reticenza diplomatica. Nei primi dieci mesi di presidenza, Trump ha iniziato ad attuare una parte delle promesse elettorali. Ha avviato la costruzione di un muro per arginare l’invasione dei mi- Donald Trump e la sua incredibile storia granti dal Messico, ma ci vorranno molti anni e decine di miliardi di dollari per completarlo. Ha messo pesantemente in discussione l’accordo nucleare con l’Iran, seminando sconcerto e timori. Ha fallito l’attacco alla riforma sanitaria di Obama (il cosiddetto «Obamacare») rinviandone la piena attuazione, nonostante avesse intercettato il malcontento di tanta gente che aveva visto raddoppiare il costo delle proprie polizze di assicurazione per estendere l’assistenza sanitaria ai percettori di redditi minimi. Ha dichiarato guerra commerciale alla Cina, che, a suo giudizio, ha messo in serio pericolo la competitività economica degli Stati Uniti. Ha ammonito i partner europei della Nato a tirar fuori molti soldi in più perché l’America si è scocciata di pagare il conto per tutti.
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Ha avviato la costruzione di importanti infrastrutture e ha appena messo mano a una grossa riforma fiscale. E, contro ogni previsione, Wall Street ha macinato record su record. I momenti di maggiore difficoltà, Trump li ha avuti con quello che è stato chiamato il «Russiagate». Già nell’agosto 2016, tre mesi prima delle elezioni, il New York Times aveva rivelato che il capo della sua campagna elettorale, Paul Manafort, aveva ricevuto un finanziamento di 11 milioni di euro in nero da un partito ucraino filorusso. (Da parte sua, il Wall Street Journal aveva scritto che dall’Ucraina una decina di milioni erano arrivati anche a Hillary Clinton.) Manafort dovette dimettersi, come fece il generale a tre stelle Michael T. Flynn, capo della Defence Intelligence Agency nominato da Obama, consulente di Trump e accusato di contatti molto stretti con la Russia. (...)
La Casa Bianca ha vissuto mesi turbolenti con il clamoroso allontanamento di quasi tutte le persone più vicine al presidente durante la campagna elettorale e il sostanziale accentramento del potere nelle mani di tre generali: il capo di gabinetto John Kelly, l’uomo delle «pulizie», il segretario alla Difesa James Mattis e il consigliere alla Sicurezza nazionale H.R. (Herbert Raymond) McMaster.
Sono loro ad aver coperto Trump nella sua durissima presa di posizione sulla Siria (l’opposto di quella di Obama) e, soprattutto, nel confronto – si spera soltanto verbale – con il leader nordcoreano Kim Jong-un a colpi di reciproche minacce missilistiche. Il 23 ottobre 2017 Trump ha ordinato l’impiego istantaneo dei bombardieri B52 con missili nucleari nel caso la crisi con la Corea del Nord dovesse precipitare. Il 19 settembre 2017, nel suo intervento d’esordio all’Onu, Trump ha tracciato per la prima volta dopo l’ingresso alla Casa Bianca un quadro organico della sua politica internazionale. Ha censurato l’organizzazione come un covo di burocrati che costano molto più di quanto valgano. (...)
Sull’immigrazione, ha manifestato una posizione identica a quella di molti Stati europei, ma con un peso politico ed economico infinitamente maggiore: «Per il costo di accoglienza di un rifugiato qui negli Stati Uniti, possiamo salvarne dieci a casa loro. Questo, sì, è umanitario». Come ha osservato Federico Rampini sulla Repubblica del 20 settembre 2017, «la Dottrina Trump esplicita quel che pensano tanti cittadini delle liberaldemocrazie delusi dalla globalizzazione, spaventati dai flussi migratori: non saranno le tecnocrazie sovranazionali a proteggerci, visto che “questo mondo” lo hanno disegnato proprio loro». Si capisce allora perché, nonostante tante gaffe e stravaganze, oggi Donald Trump non abbia perso lo zoccolo duro che gli ha fatto vincere le elezioni.
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«Non sarete mai più dimenticati», ha detto nel suo discorso all’Onu alla classe media impoverita. Ma gli odiatori non demordono. Newsweek, capofila di questo partito, ancora un anno dopo le elezioni alterna copertine in cui sostiene che Trump è un caso psichiatrico ad altre in cui il presidente licenzia Dio dopo avergli chiesto se crede in lui. Vale quindi la pena domandarsi come quest’uomo abbia potuto conquistare, contro tutto e contro tutti, la poltrona più importante del mondo.
Dal Queens alla conquista di Manhattan
Difficilmente la vita di un uomo di successo discende da quella dei familiari in modo così diretto come è accaduto a Donald Trump. Mattia Ferraresi, nel suo libro “La febbre di Trump”, sottolinea due caratteristiche dell’animo e della mentalità dei Trump. La prima è un’istintiva voracità, l’insaziabile desiderio di affermarsi, volto alla conquista di sempre nuove ricchezze e riconoscimenti. La seconda è la formidabile capacità di intercettare i desideri degli altri e di provvedere immediatamente a soddisfarli: «Friedrich offre ristoro e sfogo a un esercito di derelitti, Fred dà una casa a canone concordato al ceto medio che cerca l’affermazione sociale, Donald stende una patina d’oro sui desideri kitsch delle celebrità. Il genio dei Trump è segnato da questa particolare forma di empatia che coglie i desideri dell’interlocutore». Friedrich è il nonno. Fred il padre.
Donald il penultimo di cinque figli, il secondo maschio, l’erede dell’impresa paterna, visto che il primogenito ha scelto di fare il pilota di linea ed è morto alcolizzato a 42 anni. Friedrich Trumpf era tedesco e, a 16 anni, da un paese della Renania-Palatinato raggiunse la sorella a New York. Trasferitosi a Seattle, aprì un ristorante, poi lo vendette e costruì un alberghetto per cercatori d’oro a caccia di un giaciglio decente, di una bella bevuta e di un’allegra compagnia per la notte. Passo dopo passo, albergo dopo albergo, diventò abbastanza ricco, andò a prendersi la moglie in Germania, tornò a New York per aprire una barberia di lusso nel Queens e fece nuovi, importanti affari immobiliari. Quando nel 1918 un’epidemia di spagnola se lo portò via ancora giovane, la moglie aveva 38 anni e il figlio Fred appena 13, ma si fece subito adulto e coltivò la sua passione di fare il carpentiere. Mostrò una tale abilità che, non essendo ancora maggiorenne, chiese alla madre di fare da prestanome alla società che aveva aperto. A 21 anni aveva già costruito diciannove abitazioni. Nel ’29 si salvò dalla crisi inventandosi il primo supermercato alimentare del Queens: una fabbrica di soldi. Ma il suo pallino era costruire case e il suo passatempo la lettura maniacale degli avvisi di aste immobiliari. Si avvicinò al Partito democratico e ne ricevette la protezione.