Vini abruzzesi e champagne l’esclusività a prezzi buoni

31 Marzo 2016

Da venti anni la pescarese Marti ricerca e distribuisce produzioni di nicchia «Viaggiamo molto per selezionare cantine, fare assaggi sulle prove di botte...»

di Jolanda Ferrara

PESCARA

Fiuto, passione, palato allenato, voglia di bere bene e di proporre qualcosa di più. Intorno a principi di questo tipo ruota l'attività della Marti distribuzione di vini, liquori e distillati nel circuito horeca più selezionato. In catalogo una moltitudine di etichette con preziosità da tutto il mondo in esclusiva per l'area centro adriatica.

Sorta vent'anni fa dall'idea di due soci, Marco Di Carlo e Giuliano Fortunato, oggi, grazie alla progressiva crescita del fatturato, Marti impiega otto unità lavorative dai ruoli perfettamente intercambiabili. Il salto di qualità risale al 2014, con una proposta eccezionalmente diversificata che li sta portando a distinguersi sul territorio regionale e oltre. Cavalcando l'onda del bere naturale biologico. Vini abruzzesi, nazionali e una predilezione spiccata per i vini francesi e d'oltralpe, champagne, Bordeaux, Borgogna, Chablis ... La prima uscita ufficiale del nuovo corso di Marti in baita sui 1800 metri di quota del Vallefura Ski Resort di Pescocostanzo per il tasting organizzato dalla prima edizione di “Vette & Forchette”. Marco Di Carlo, 44 anni, pescarese, è responsabile acquisti e amministrazione della Marti.

Come si diventa un punto di riferimento per vinattieri e ristoratori orientati al nuovo stile di bere, naturale e consapevole?

«Viaggiando molto. Con curiosità, alla ricerca del particolare nei luoghi di produzione. Ho sempre evitato prodotti di massa, stili diversi dal Franciacorta per capirci, scelte che nel breve periodo pagano ma alla lunga no. É un lavoro lungo, che richiede tempo e dedizione. Si tratta di selezionare i produttori, visitare le cantine, conoscere i produttori, fare assaggi sulle prove di botte, scegliere prodotti di nicchia che non sempre corrispondono a quelli conosciuti ai più, prodotti meno pubblicizzati e con prezzi più accessibili.

In cima ai vostri interessi solo champagne e vini francesi?

«Non solo quelli. Ma comunque prodotti più qualificanti, esclusivi, fatti bene. In Francia da sempre si fa agricoltura pulita, poca chimica, e a noi interessa chi produce in un certo modo, perciò giriamo molto per fiere e mercati minori, dove trovi piccoli vignaioli indipendenti, piazze per cultori e intenditori. Puntiamo all'incontro diretto, senza intermediari. La cosa più interessante è il rapporto interpersonale e immediato che si instaura col produttore, che ti spiega come cura la vigna, come fa un'annata a differenza di un'altra. Non si tratta di produzioni industriali standardizzate. Piuttosto di lavorazioni artigianali, più autentiche e legate al territorio, perciò condizionate da vari fattori, in primo luogo il terroir. In Francia, nella Champagne, hanno la fortuna-sfortuna di produrre uve da un terreno acido, gessoso, formatosi in milioni di anni, ideale per la spumantizzazione, una scelta obbligata che diventa massima espressione del terroir. Inoltre lì coltivano la vigna ad alberello, dunque bassa resa che garantisce un vino di qualità. Stiamo portando avanti la nostra ricerca anche su piccole aziende italiane con produzioni limitate e no So2, cioè senza solfiti aggiunti. Prevediamo di ampliare il catalogo con nuove realtà in controtendenza ai vini più commerciali, proposte emergenti che arrivano dal Sud, terre e isole tutte da scoprire, terreni vocati, esposizioni ideali, escursioni fondamentali per vini puliti senza solfiti».

Cosa pensa degli esperimenti abruzzesi di voler produrre bollicine da vitigni autoctoni?

«Nel centro Italia il clima è troppo caldo, voler spumantizzare le uve tradizionali è una forzatura che non si addice alla natura dei nostri vitigni. Quest'anno le uve bianche hanno sofferto dell'estate torrida, si è dovuto vendemmiare in anticipo per aggirare il rischio di surmaturazione, in modo particolare sulla costa. Trovo però interessanti quei progetti, pochi effettivamente, di voler produrre bollicine in quota, come qualcuno sta facendo nell'Aquilano con uve di pinot».

Lo champagne è da sempre considerato uno status symbol, un prodotto prezioso emblema di lusso. Come si cambia l'approccio?

«In effetti vige il concetto che la bottiglia francese costi caro. Ma non è così, puoi bere benissimo e di qualità anche senza ricorere a nomi famosi. Se sai selezionare, orientandoti sui piccoli vigneron, non c'è bisogno di spendere più di tanto. Come regola di base per andare sul sicuro consiglio di orientarsi sul “pas dosé” o dosaggio zero, e sul millesimato. E soprattuto informarsi da fonti attendibili».

Come orientarsi nella molteplicità delle proposte? Come ci si addentra in una materia così affascinante?

«Per cominciare consigliamo di affidarsi al gusto. Che essendo soggettivo non è univoco, ma si basa su un proprio personale bagaglio di esperienze sensoriali e, perché no, culturali. Quindi assaggiare, confrontare, frequentare seminari di degustazione, farsi una propria esperienza, costruirsi un proprio gusto e non disdegnare i consigli degli esperti, possibilmente disinteressati alle logiche di mercato. Poi ovviamente è doveroso acculturarsi, conoscere i disciplinari, capire com'è fatto un vino. Nella Champagne il disciplinare è selettivo e va rispettato, pena esclusioni e sanzioni. Tutto questo significa che quel grand cru, come dire una docg, è veramente di qualità e proviene da un appezzamento determinato. Se un'annata non è stata propizia non sarà idonea all'assemblaggio nel millesimato, massima espressione per lo champagne».

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