Virgilio Sieni: «Porterò la danza nelle

piazze e coinvolgerò gli aquilani» Il noto artista sarà al festival Performative 1.0 con due performance
Virgilio Sieni, coreografo e danzatore, è uno dei più creativi e anticonvenzionali artisti italiani, figura di riferimento a livello internazionale del mondo della danza e delle arti performative. A settembre, Sieni presenterà alla prima edizione del festival Performative 1.0 del Maxxi L’Aquila, due suoi lavori: Dolce Lotta L’Aquila e Di fronte agli occhi degli altri, in cui l’eclettico artista interagirà con i cittadini in un dialogo coreografato fatto di gesti e movenze inedite.
Sieni, all’Aquila porterà un progetto che coinvolge in maniera attiva i cittadini attraverso una chiamata pubblica. Che tipo di performance sarà?
È una creazione che prenderà vita dal lavoro che faremo insieme ai cittadini, una performance che vuole essere una vera e propria cerimonia, un rituale celebrato con chi abita la città. Attraverso il gesto, l’azione coreografica, sarà un atto di presenza da parte di chi, in questa città, ha resistito a tutto quello che è capitato, al terremoto, alla pandemia. Un progetto aperto a tutti i cittadini, senza limiti di età, anche a chi crede di non avere particolari capacità, a chi ritiene di non avere dentro di sé la disponibilità del gesto. Per partecipare basterà il solo desiderio di esserci e mettersi in gioco.
Come nasce questa idea di coinvolgere le persone “normali” nel ruolo di danzatori, più che di spettatori?
I miei lavori in questa direzione risalgono al 2007, lavoravo molto all’interno di codici definiti e ho sentito la necessità di rinnovarli, per dare un senso a quello che stavo facendo. Ognuno di noi ha in sé dei gesti che sono unici, personali e preziosi anche nelle fragilità, nelle imperfezioni. Io vado a ritrovare quel gesto poetico atavico, quello che nasce in chi non ha tecnica o formazione. L’uomo ha la necessità interiore di creare una comunità e attraverso le pratiche di tatto e gestualità si crea una facilitazione di incontro, e anche di democrazia.
Nei suoi lavori ha messo spesso a confronto le persone con i grandi temi, le opere d’arte, l’ambiente. È un modo nuovo di portare l’arte all’uomo?
Bisogna chiedersi sempre perché abitiamo nel mondo. L’atto poetico, lo diceva già Dante, è ciò che eleva l’uomo. L’uomo vive per compiere atti di liberazione, vive per fare e ricevere gesti di amicizia, di amore. Certo, bisogna lavorare per nutrirsi, per vestirsi, ma nella quotidianità bisogna immettere continuamente la poesia altrimenti si muore. Sicuramente l’arte contempla lo scavo interiore, la contemplazione, la consapevolezza. L’arte immette nel mondo il concetto di cura. Per permettere all’uomo di ritrovare il rapporto con il mondo, sono necessarie però delle iniziazioni e questo è il compito delle culture, delle filosofie.
Dopo i mesi di distanziamento fisico per pandemia, come si vive ora la fisicità della danza, anche in riferimento alle sue creazioni, in cui il tatto è spesso il fulcro?
All’inizio, è stato un grandissimo errore parlare di distanziamento sociale, il distanziamento era solo fisico, non sostanziale. Ma certo, gli strascichi di questo evento influiscono anche sul mio lavoro. Ora mi rivolgo più alle nostre innate capacità di interagire: l’uomo ha elaborato nei secoli uno spazio di contatto tattile. A me interessa lavorare proprio in questo spazio tattile, mi interessa percepire l’aura. Il tocco non è sulla pelle, ma nello spazio di questa distanza tattile, anzi è proprio nella cura di questa distanza. Con i partecipanti, arriviamo a costruire insieme uno spazio sensibile, senza arrivare al contatto. Adesso ancora di più lavoro sull’aura e sul rendere più gentile il nostro operare. In questo modo, riusciamo a toccarci in maniera immateriale. Lavoro sulla sottrazione, sulla mancanza, sull’invisibile.
Questa nostra società ipertecnologica, frettolosa, porta a una perdita di contatto con la nostra parte artistica?
Sì, c’è un atrofizzarsi di questa parte, rischiamo di abbandonare la consapevolezza del corpo. L’uomo si è salvato nei secoli attraverso la comunità, attraverso gesti di vicinanza, di densità. È il concetto del con-vivere, vivere insieme. Oggi la dimensione tecnologica tende a dilatarsi, annichilendo la nostra umanità. La tecnologia corre veloce, noi siamo lenti e subiamo questa velocità, ci mette a disagio. Passiamo giornate intere allo smartphone, ma dobbiamo trovare il modo di riequilibrare i tempi. L’utilità della tecnologia va bene, l’abuso no. Io lavoro sul corpo, sulla tecnologia del corpo. Anche il nostro corpo è un mondo complesso, ogni giorno il nostro pensiero cambia, può elaborare mille cose diverse, sono le tecnologie del corpo.
Il progetto che porterà all’Aquila si chiama “Dolce lotta”, un nome che è quasi una contraddizione...
In questo lavoro nuovo che costruirò con i cittadini, cercherò di ritrovare i gesti dimenticati dell’uomo. La lotta offende, invece qui, senza retorica, intendo una lotta come atto di resistenza. La pratica artistica qui non è fatta per aggredire, ma per preparare il corpo a un atto di comunità, per ritrovare insieme quella serie di gesti che poi fanno parte del nostro quotidiano. Cercheremo di riflettere sulla memoria dei gesti per creare una sequenza fisica: ecco l’idea di una dolce lotta, un dolce avvenimento. Un rito. L’altro progetto è Di fronte agli occhi degli altri… Questa è un’esperienza fatta anche in altre città, un lavoro sulla memoria condivisa rispetto ad alcune grandi tragedie italiane, come Ustica, piazza Fontana, piazza della Loggia. Incontro persone con esperienze diverse, per instaurare con loro un rapporto in maniera semplice, per sottrazione. Non conosco le persone con cui interagisco: si cammina, ci si incontra e se nasce l’empatia qualcosa nasce sul momento.
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