Volti, voci e parole dell’Abruzzo profondo al Museo delle Genti

Il 10 gennaio a Pescara una performance con foto, video e letture per raccontare le radici della regione
PESCARA. Volti e voci, storie dove ancora l’uomo pur nella sua imperfezione si rivela vera e unica opera d’arte. E' la mostra di fotografia “Voci” che si inaugurerà, il 10 gennaio, al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara, un articolato excursus sull’uomo e il suo desiderio di raccontarsi, ideato e curato da Mariano Cipollini. I Volti sono tra quelli immortalati da Paolo Dell'Elce nel suo reportage “Farindola, la terra e i volti”, tra il 2003 e il 2004, inno alla poetica del paesaggio dell'anima. Voci recitanti, parole e musica a fare da coro: le attrici Susanna Costaglione e Lucrezia Guidone con letture tratte dal quinto capitolo del romanzo di Ignazio Silone, “Fontamara”, e alcune interviste estrapolate da “La solitudine del satiro” di Ennio Flaiano, affiancate dalle musiche del compositore Diego Conti e del cantautore Adolfo Dececco.
E’ un progetto multidisciplinare che dà “voce” all’uomo attraverso le sue molteplici ed infinite possibilità espressive. La proiezione del video “Voci”, realizzato da Giusi Mastantuono, riassume il lavoro degli artisti citati. Una mostra nella mostra, "Voci" - allestita fino al 29 marzo (info 085-4510026, www.gentidabruzzo.it) - è legata a doppio filo con l’esposizione “Il Tempo qui non vale niente - Paul Scheuermeier e Gerhard Rohlfs fotografi 1923 – 1930” inaugurata nel museo in via delle Caserme il 20 settembre scorso e prorogata fino a marzo 2015.
Il felice incontro con gli scatti del progetto “Farindola, la terra e i volti” di Dell'Elce crea un ponte narrativo tra la realtà abruzzese degli anni venti e quella contemporanea. Spiega il curatore di "Voci", Mariano Cipollini: «L’estrema sensibilità con la quale Dell’Elce ha fatto di un reportage antropologico-documentario un inno alla poetica del paesaggio dell’anima, ha reso semplice e necessario allo stesso tempo, l’incontro tra immagine parola e musica. Così un volto è voce e la voce è immagine, è musica contemporaneamente. Impossibile scinderli. Riuscendo a scompaginare ogni criterio canonico di costruzione visiva delle inquadrature, Paolo fa affidamento alla sua magistrale competenza utilizzando una narrazione la cui semplicità è quasi disarmante. Non c’è posto per la mistificazione formale, tanto meno per quella ideologica, molto in voga negli ultimi decenni. Si affida totalmente a una trascrizione poetica che fa del suo scatto una breve ma intensa confessione intima. Appunti di un diario collettivo i cui confini personali sono difficilmente scansionabili».
A dieci anni trascorsi dalla realizzazione di quel lavoro sul versante orientale del Gran Sasso, rileggerne l'introduzione scritta dall'autore è illuminante. «Ho accostato», scrive Dedll’Elce, «i volti di questa gente ai paesaggi, alla terra, agli alberi, alle case e al cielo, e le riflessioni che scaturiscono da queste vicinanze sono molte e mi commuovono, guardando le persone che incontro sulle montagne, in mezzo ai campi, lungo le vie delle contrade, percepisco il senso profondo della loro umanità, la bellezza. Il volto di un uomo rispecchia il suo paesaggio originario, una dimensione sospesa tra la terra e il cielo. I volti di queste persone hanno la freschezza della terra tenera. I loro occhi restituiscono luce e serenità, la limpidezza dell’aria che respirano... La terra e la pietra, elementi di cui sono fatti le montagne, sono il pane quotidiano dei farindolesi che faticosamente si portano nei boschi in quota dove raccolgono la legna per il fuoco. Una volta, mi dicono, la montagna era tutta “terrazzata” e coltivata, c’era grano dappertutto, persino a Valle d’Angri, e ulivi e viti, le contrade erano popolose e ogni casolare ospitava anche cinquanta persone. Provo ad immaginare quel tempo, mentre ascolto questi racconti, e mi accorgo che non mi è difficile».
«Il passato», conclude Paolo Dell’Elce, «è talmente vivo nella lingua, nelle espressioni metaforiche, che la voce dei vecchi contadini mi restituisce una percezione sinestetica. Visione o sogno non ha importanza, è importante abbandonarsi a questa sensazione univoca, assoluta, del Tempo, dei Luoghi, della Presenza».
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