Abruzzo, un lavoratore su 10 è straniero: più immigrati nelle aziende

Sono 31mila gli extracomunitari entrati nel 2025 nell’edilizia, agricoltura e nelle fabbriche
L’AQUILA. Cresce il numero di lavoratori stranieri. In Abruzzo, quasi un lavoratore su dieci è extracomunitario, esattamente l’8,4%. I dati, riferiti al 2024 e diffusi dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, incrociando le ultime rilevazioni Istat e Unioncamere, pongono la nostra regione a metà della classifica nazionale. Su un totale di 368.080 lavoratori, 337.136 appartengono alla comunità europea, 30.944 sono extracomunitari. Lo scorso anno sono entrati nelle imprese abruzzesi 23.890 nuovi immigrati 123.880, che hanno portato il totale delle entrate a 123.880 unità, con un incremento del 19,3% rispetto all’anno precedente.
IL QUADRO IN ABRUZZO
La suddivisione per province vede L’Aquila al 37° posto in Italia e al primo in regione, con 7.380 lavoratori immigrati in entrata, nel 2025, su un totale di 26.990 e un incremento del 27,3%. Segue Teramo al 66° gradino della classifica italiana con 6.950 nuovi lavoratori extracomunitari su 33.670 totali e un aumento del 20,6%. Al 79° posto troviamo la provincia di Pescara con 4.310 nuovi lavoratori immigrati su 27.860: il 15,5% in più rispetto al passato. Ultima, la provincia di Chieti che si posiziona all’84° posto con 5.260 lavoratori extracomunitari su 35.370 e una crescita del 14,9%. IN AUMENTO Rispetto al 2017, gli ingressi nel mercato del lavoro degli immigrati come dipendenti sono aumentati del 139% in Italia: nel 2025 le assunzioni previste di immigrati sfiorano quota 1 milione e 360mila, pari al 23% del totale: in pratica, un nuovo assunto su quattro non è italiano. Il balzo rispetto al periodo pre-Covid è netto. Confrontando i dati con il 2019, infatti, il numero assoluto di ingressi è più che raddoppiato. Ma l’incidenza varia molto a seconda dei settori. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda lavoratori stranieri (42,9%). Quote elevate anche nel tessile-abbigliamento-calzature (41,8 %) e nelle costruzioni (33,6 %), mentre pulizie e trasporti si attestano al 26,7%. Guardando ai numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica con 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, addetti alle pulizie e camerieri. Seguono i servizi di pulizia con 137.330 lavoratori e l’agricoltura con 105.540.
PERFETTAMENTE INTEGRATI
I lavoratori stranieri non sono più una presenza marginale o temporanea: oggi sono una parte stabile e indispensabile del nostro mercato del lavoro. Secondo una elaborazione effettuata dalla Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari presenti in Italia sono poco meno di 2,2 milioni 2 e le regioni dove l’incidenza percentuale sul totale lavoratori dipendenti è più elevata risultano l’Emilia Romagna (17,4%), la Toscana e la Lombardia (entrambe con il 16,6%). In Abruzzo la presenza di lavoratori stranieri, come detto, è dell’8,4%. «I dati mostrano chiaramente che il contributo degli stranieri è fondamentale per l’equilibrio demografico, produttivo e previdenziale del Paese. Il primo nodo è demografico. L’Italia sta invecchiando rapidamente e nascono sempre meno bambini. Questo significa meno persone in età da lavoro e più pensionati da sostenere», rileva la Cgia di Mestre, «i lavoratori stranieri aiutano a colmare questo vuoto, ampliando la forza lavoro rendendo più sostenibile il sistema economico e il welfare. Senza il loro apporto, il peso sulle generazioni attive sarebbe maggiore». Molti stranieri lavorano in ambiti dove scarseggia la manodopera italiana: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani. «In molte zone del Paese, queste attività andrebbero in difficoltà senza di loro», sottolinea nel report la Cgia, «non si tratta, quindi, di una sostituzione dei lavoratori italiani, ma di una presenza che copre posti che spesso resterebbero scoperti».
DA DOVE VENGONO
Un altro aspetto riguarda i conti pubblici. I lavoratori stranieri pagano tasse e contributi come tutti, ma essendo mediamente più giovani usufruiscono meno di pensioni e prestazioni. Il risultato è un saldo positivo: versano più di quanto ricevono, contribuendo a sostenere il sistema previdenziale, in termini di liquidità disponibile. Infine, c’è il tema dell’iniziativa economica: crescono le imprese avviate da immigrati, che creano occupazione «e, molto spesso, aiutano a rivitalizzare quartieri e territori in difficoltà», rileva l’Ufficio studi della Cgia, «nel complesso, i lavoratori stranieri non sono un’aggiunta accessoria, ma una componente essenziale dell’economia italiana. Investire in integrazione, regolarizzazione e formazione non è solo una scelta sociale: è una necessità economica per il futuro del Paese». Osservando i numeri, si notano alcune concentrazioni ricorrenti: i lavoratori provenienti dall’Europa dell’Est sono molto presenti nell’assistenza familiare e nel lavoro domestico, ambiti che comprendono colf e badanti e che rappresentano una componente essenziale del sistema di cura italiano. Le persone originarie del Nord Africa trovano più spesso impiego nell’edilizia, nell’agricoltura e nella logistica, comparti caratterizzati da una domanda costante di manodopera e da lavori manuali o stagionali. Dall’Asia meridionale, in particolare da India, Pakistan e Bangladesh, proviene una quota significativa di addetti all’agricoltura, all’allevamento, alla ristorazione e al piccolo commercio. I cinesi risultano invece concentrati nel commercio, nella manifattura tessile e dell’abbigliamento e nella ristorazione, settori in cui si sono sviluppate nel tempo reti imprenditoriali consolidate. I lavoratori filippini, infine, sono presenti soprattutto nei servizi domestici e alla persona. «Il mercato del lavoro italiano mostra processi di adattamento e opportunità, non specializzazioni etniche», conclude la Cgia, «anche le politiche di regolarizzazione, spesso concentrate su specifici settori, hanno contribuito a orientare gli inserimenti occupazionali».

