Brutta legge, non scegliamo noi gli eletti

L’editoriale del direttore: «Anche stavolta si prospetta una splendida fregatura per gli elettori, speriamo che in Parlamento questa legge non passi, e provo subito a spiegare perché è un problema che ci riguarda tutti»
Eccola dunque la legge, dopo un lungo parto è nato lo “Stabilicum”. Il nome è terrificante, ma la bozza della nuova legge elettorale, purtroppo è peggio, ed è molto facile da definire: un mostriciattolo. Anche stavolta - come in tutte le riforme dell’ultimo quarto di secolo - si prospetta una splendida fregatura per gli elettori: speriamo che in Parlamento questa legge non passi, e provo subito a spiegare perché è un problema che ci riguarda tutti, la legge elettorale è la prima casa di ogni sistema democratico. Riassunto. L’accordo di maggioranza stipulato dopo mesi di discussione è tecnicamente blindato in vista del voto in Aula, ed è un bel problema: perché la materia è tecnicamente astrusa per il cittadino meno informato sulle fumisterie della politica, per qualcuno si tratta addirittura di tecnicismi per gli addetti ai lavori: la legge elettorale, invece, è il luogo di selezione delle classi dirigenti. Tuttavia, se l’opinione pubblica facesse sentire la sua voce, questo patto scellerato cadrebbe come un castello di carte. La politica oggi è debolissima, gli elettori da noi sono in fuga dalle urne (ormai da anni galleggiamo sulla linea del 50% di votanti) il modo migliore per far scappare tutti i superstiti è questo nuovo congegno elettorale, pensato apposta per lasciare tutte le scelte nelle mani delle segreterie dei partiti, un meccanismo studiato nel dettaglio per garantire solo l’elezione dei parlamentari nominati.
Come? Semplice: ti ritrovi una lista bloccata dal primo all’ultimo nome, e dunque chi fa le liste decide anche gli eletti, senza che gli elettori possano intervenire in nessun modo. Attenzione. Il meccanismo dei nominati esisteva già nella attuale legge elettorale, vero (e infatti in molti eravamo concordi nel dire che faceva schifo), ma almeno, a parziale compensazione, c’erano i collegi uninominali: adesso sono spariti pure quelli. Prima osservazione. Per motivi misteriosi, in questo paese, più la fregatura è grande più si cerca di mimetizzarla, linguisticamente, con il latino e con il latino rum da azzeccagarbugli. La prima riforma elettorale della Repubblica prese il nome di “Mattarellum”, da Sergio Mattarella, e riuscì nel miracolo inaudito di tenere insieme proporzionale e maggioratorio in un unico sistema (non era il massimo, ma la legge nasceva con un vincolo imposto da un referendum, appena votato). Poi - nell’età berlusconiana - arrivò Roberto Calderoli, con il suo proporzionale a liste bloccate (tecnicamente è una bestemmia), e così nacque il leggendario “Porcellum” (un nome - per giunta - dato dallo stesso autore della riforma, con la celebre frase: “Eh sì, abbiamo fatto proprio una bella porcata!”). Quindi, grazie al governo del Pd arrivó Matteo Renzi con il primo premio di maggioranza che consentiva ad una minoranza di avere una maggioranza assoluta (e infatti fu bocciato dalla Corte Costituzionale). Indovinate quando scattava il premio? Con il 40% dei voti, esattamente come in questa bozza. Poi (dopo la provvidenziale bocciatura della Corte) arrivò un altro renziano, Ettore Rosato, e così prese vita il Rosatellum, anche quello con il congegno delle liste bloccate senza preferenze fatte dalle segreterie di partito, e (come se non bastasse) con un meccanismo demenziale di assegnazione dei seggi, il cosiddetto “flipper”. Per quanto possa sembrare strano gli eletti delle liste piccole venivano assegnati con il cosiddetto meccanismo “del miglior perdente”: il che creava il paradosso dei paradossi. Per essere eletti (rispetto a colleghi di partito in altre circoscrizioni) bisognava prendere meno voti! Il quoziente con meno voti prevaleva su quello con più voti.
Un giorno a Radio 24, mentre interrogavo l’onorevole Ettore Rosato insieme a Oscar Giannino (incalzandolo su questo paradosso), rimanemmo folgorati per questa sua risposta testuale: “Ma io sono intellettualmente onesto: a me questa legge non piace per nulla!”. Uno dice che è una porcata, un altro dice che non gli piace, e alla fine a restare fregati siamo sempre noi. Non è fantastico dare il proprio none ad una legge, e poi poter dire “ma a me non piace”? In Italia può accadere. La legge stabili un altro record incredibile: nel 2022 per dieci giorni il ministero dell’interno, faticano ad applicare il complesso meccanismo del flipper, non riusciva a proclamare la lista degli eletti. Poi finalmente lo fece e… era sbagliata. Per ventidue deputati il Viminale aveva sbagliato a declinare i parametri di calcolo dei seggi ottenuti con i resti. Alcuni deputati distavano già suicidando (tra questi Mara Carfagna e Betta Piccolotti) finché non apparve su Facebook, il post di un professore di matematica di Perugia che scrisse: “Dai mie calcoli gli eletti sono questi. Ecco la lista”. Per quanto possa sembrare incredibile aveva ragione lui e torto il Viminale. così al ministero dell’Interno non rimase altro da fare che fotocopiare la lustra del professore e proclamare gli eletti (buttando fuori gente che stava già festeggiando). L’ultima perla - lo ricordo solo per spiegare come si è abbassato il livello cognitivo della politica - è che oggi, nel 2026, pende alla Camera un ricorso su sei di quei seggi: secondo i ricorrenti in quei casi, il calcolo del flipper era un altro ancora. La giunta delle elezioni della Camera ha già riconosciuto la fondatezza delle obiezioni. Tuttavia, quando manca un solo anno alla fine della legislatura non ha ancora proclamato i nuovi eletti. Lo farà -si prevede - pochi mesi prima del voto, e i parlamentari privati della loro legittima elezione riceveranno un singolare premio di consolazione: cinque anni di stipendi non percepiti, come vincere al Totocalcio un milione di euro (con i contributi). Alzi la mano chi conosce un solo paese del mondo in cui gli eletti di una legislatura vengono riconosciuti dopo cinque anni. Ricordo questo assurdo paradosso - nel dettaglio - solo perché ci illumina su cosa ha prodotto la decadenza della rappresentanza. Ricordo (da cronista) i giorni dell’approvazione di quella legge in cui molti parlamentari del Pd mi spiegavano off record di essere contrari, ma di non potersi opporre perché si sentivano minacciati da qiesto dilemma: se io voto contro dissentendo e poi la legge passa lo stesso, sarò escluso dalle nuove liste come “dissidente”. Purtroppo avevano ragione: ma se portate questo ragionamento alle estreme conseguenze avete la spiegazione del perche nessuna legge in questi anni di Porcellum e Rosatellum vari è stata più votata dagli eletti, a partire da tutte le manovre, cammellate all’ultimo giorno utile con voto di fiducia senza che nessuno potesse neanche leggere cosa votava: ecco perché le leggi elettorali (e quest’ultima ancora di pi, se verrà votata) stanno alterando il meccanismo di sovranità popolare ridi rappresentanza della Repubblica. Il cuore della democrazia. Domanda. Ma perché questa legge nasce così, ed ora, recuperando il premio al 40% di quell’Italicum bocciato dalla Cortd Costituzionale? In primo luogo perché nelle ultime amministrative il centrodestra ha perso in Puglia e Campania proprio in virtù del Rosatellum che lo aveva fatto vincere. Il governo Meloni rischiava di perdere “tecnicamente” perché il Rosatellum nel 2022 penalizzava il centrosinistra (perché diviso) e lo premia nel 2027 (perché - incredibilmente - unito). Poi c’è il tema della coalizione: tutti i sondaggi degli ultimi anni hanno riscontrato che il centrodestra sovranista idedentitario non Riace mai a superare le colonne d’Ercole del 47%. E che negli ultimi mesi ha iniziato una fase calante. Tuttavia la Meloni è riuscita a piegare Salvini strappandogli la rinuncia ai collegi del Rosatellum (che lo favoriscono al Nord) perché la Lega è debole e spaventata: la recente scissione di Vannacci rischia di penalizzare tutta la coalizione (anche se erodesse uno striminzito due per cento). Ma Anita di più coprirebbe il Carroccio: così costringe Salvini ad aver bisogno di uno sbarramento alto (pur di ammazzare una pericolosa concorrenza). Ed ecco perché Salvini ha rinunciato a quei famosi collegi uninominali, che lo rendevano fortissimo da punto di vista contrattuale, perché nei territori di radicamento della Lega (si pensi al Veneto) senza di lui era impossibile vincere, e dove il suo peso negoziale rispetto agli alleati era enorme. Ma osserviamo l’altro tratto distintivo che é appunto un premio di maggioranza abnorme, copiato, come abbiamo visto, dall’Italicum: lo chiamano “premio di governabilità numericamente predeterminato”, ed è pari a 70 seggi per la Camera dei deputati e 35 per il Senato della Repubblica. Nella nuova legge viene attribuito alla lista o coalizione che arriva prima e che - come abbiamo visto - ottiene almeno il 40% dei voti validi nell’Assemblea di riferimento. Il problema è che con una minoranza consensi si ottiene una maggioranza assoluta nel Parlamento. La stessa maggioranza con cui - ecco perché il referendum non è estraneo a questo disegno - si eleggeranno il nuovo Capo dello Stato, i membri laici dei nuovi ed eventuali CSM e consigli di disciplina. In cui - a sua volta -ci sono nuovi membri designati dal nuovo Capo dello Stato. Lo chiamano premio di governabilità, ma è del tutto evidente che si tratti di un “premio doping”: quello che va all’unico atleta che resta in campo in mezzo alle rovine del vecchio bilanciamento dei poteri costruito dai padri Costituenti. È in questo luogo che il doping della legge elettorale si somma al doping della riforma sulla separazione delle carriere. Che non cambia molto nella separazione di ruolo tra magistrati (che di fatto già esisteva), ma -come è evidente - cambia moltissimo nella separazione dei poteri. L’unico che viene premiato da questa nuova architettura istituzionale imposta a colpi di bulldozer, sarà quello del governo. Ed è curioso che si ravvisi questa esigenza e la si spieghi con il bisogno di governabilità, se a fare la riforma è il governo più stabile della storia Repubblicana. Ciò che si sta inseguendo, sia pure con metodi rozzi e maldestri, è il potere di ridisegnare i rapporti di forza più profondi tra i poteri dello Stato: perché è evidente che cento parlamentari di premio doping abbassano il quorum nell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, smontando (senza toccare la Carta) un altro lucchetto primario della Repubblica: il quorum della maggioranza qualificata che tante volte ha salvato il Colle da un presidente di parte, imponendo un accordo tra le parti. Il punto è che in questi anni, sia a destra che a sinistra, le liste bloccate e i premi di maggioranza esorbitanti sono tornati utili a tutti gli avventurieri: hai meno problemi con i dissidenti, e gli elettori alla fine (i pochi non disgustati) ti votano lo stesso, anche se turandosi il naso. Però c’è una bella soddisfazione: fino ad oggi, infatti, tutti i “riformellum” sono finiti male: il “Mattarellum” voluto dalla Dc vide vincere Berlusconi. Il Porcellum voluto da Berlusconi fece vincere Prodi. Il Rosatellum voluto da Renzi fece vincere i Cinque stelle. Possibile? Si, in virtù di un meccanismo di autodifesa dell’elettore. Ogni volta che qualcuno si è disegnato la legge su misura, pensando ai voti che aveva (ad esempio il 40% su cui Renzi pensava di poter contare dopo il Referendum del 2016) è cambiata la legge elettorale. Come per il paradosso di Achille e la tartaruga, più il potere pensa di avvicinarsi al risultato con il doping elettorale, più l’elettore si difende “bilanciando” con il variare del suo consenso il generico di fare cappotto. Accade lo stesso in America con il Midterm, “l’ammazzapresidenti” che è l’ultimo meccanismo di sorveglianza della democrazia American (almeno finché Trump non proverà a manomettere anche quello).
Ecco perché l’Ulivo nel 1995 vinceva le suppletive quando stragovernava Berlusconi, ma poi Berlusconi vinceva le regionali della Nave azzurra quando stragovernava D’Alema. Ecco perché Craxi perse il referendum elettorale quando sembrava che avesse tutte le carte in mano. Esattamente come accadde a Renzi quando aveva l’Itlaia ai suoi piedi. Certo, non è una garanzia, è uno straordinario sentimento di maturità collettiva, un paracadute che in questo paese ci ha difeso dagli aspiranti uomini forti e dal deliberino dei pieni poteri. Vuoi vedere che questo “Stabilicum” voluto dalla Meloni per dolare il suo potere a rischio fará perdere anche lei? Sarebbe troppo bello. Francesco Merlo ha inventato la definizione di “voto sghembo” per spiegare le asimmetrie dei quesiti referendari. Ti dicono che sti votando sulla mono preferenza, ma tu sai che sti votando contro il CAF. Ti dicono che stai votando sul CNEL ma tu sai che stai votando contro Renzi, ti dicono che apparentemente stai votando sul consiglio di disciplina dei magistrati, ma tu sai che stai votando contro la Meloni. Dopo il 2016 nessun politico intelligente al rende mai dovuto mettere la sua testa sotto la ghigliottina del voto sghembo. Tuttavia neanche la leader di Fratelli d’Italia fa eccezione: il potere di Palazzo Chigi è peggio di quello dell’anello di Froso nell’amato signore degli anelli. Dallo scranno onnipotente del governo ti struggi a pensare a una riforma piede-di porco che ti consenta di scassinare l’odiata cassaforte che limita la procedura di revisione Costituzionale. Rischi sperando di allungare verso il decennio la tua stagione di potere. Tutti sognano un ventennio di Palazzo Chigi, e poi si ritrovano a durare meno di un cambio di gomme della vostra auto. Come un gatto in tangenziale. Anzi, come un gatto in Quirinale.
