Tram deragliato a Milano, la neuroscienziata testimone dell’incidente: «Così ho soccorso decine di feriti»

1 Marzo 2026

L'abruzzese Santuccione: «Lacrime, urla e ovunque l’orrore. Non ero sola, un giovane poliziotto in borghese e una farmacista mi hanno aiutata»

PESCARA. «Un assetto da guerra, mai vista una cosa così. Eppure sono sempre in giro. Spesso dico ai colleghi: non potete immaginare cosa ho provato, ma questa volta sono rimasta davvero scioccata». Antonella Santuccione Chadha, medico abruzzese (di Cepagatti), ma in pianta stabile a Zurigo, ha visto con i propri occhi «l’orrore» di chi ha vissuto in prima persona il terribile incidente di venerdì pomeriggio, a Milano. Era in taxi, ha chiesto all’autista di farla scendere dall’auto e ha prestato i primi soccorsi. Davanti a lei, neuroscienziata e leader di rilievo internazionale nel campo della salute del cervello e fondatrice della “Women’s Brain Foundation”, il tram della linea 9, appena deragliato in viale Vittorio Veneto, tra piazza della Repubblica e Porta Venezia. Raggiunta al telefono all’indomani dell’incidente, racconta la sua esperienza.

Dottoressa Santuccione, abbiamo letto le sue prime impressioni sui social. Perché era a Milano?

«Sono stata invitata a un evento per parlare di medicina di genere e intelligenza artificiale e poi sono andata in teatro - bellissimo tra l’altro - “La Fabbrica dell’esperienza” a registrare una puntata dedicata alla scienza con l’artista Claudia Rordorf. Subito dopo aver finito, ho chiamato un taxi. Dovevo raggiungere la stazione ferroviaria per tornare a casa, a Zurigo. Ma in via Veneto, mentre guardavo il cellulare, spensierata dopo l’adrenalina in teatro, ho assistito a una scena da dimenticare».

Cioè? Cosa ha visto?

«All’inizio sentivo solo le sirene. Non avevo capito cosa era successo. Ero assorta tra i miei pensieri. Avevo appena finito di registrare e stavo scaricando la tensione. Non so se mi spiego. A un certo punto alzo gli occhi e vedo la folla, il caos. Davanti a noi un tram. Pensavo che dei senzatetto avessero occupato la strada e invece mi sbagliavo. Il tassista mi corregge e dice: “Tram deragliato”. E così, senza pensarci troppo, gli dico: “Mi faccia scendere, sono un medico”. Davanti a me una scena mai vista prima, nonostante i miei giri in varie parti d’Italia e del mondo. Un assetto da guerra: braccia rotte, persone sanguinanti, vittime...».

E cosa ha fatto?

«Ho chiesto a una persona sul posto di vigilare sui miei bagagli. Poi ho mollato tutto e ho cercato di prestare i primi soccorsi. In un primo momento ho pensato di caricare i primi cinque feriti sul taxi da me lasciato, ma non potevo fare di testa mia. Ci sono dei protocolli da rispettare. La macchina dei soccorsi era stata attivata, ma sul posto gli operatori sanitari con le ambulanze sono arrivati dopo circa venti minuti, che mi sono sembrati un’eternità. Non ero sola, fortunatamente. Un giovane poliziotto in borghese di Napoli e una giovane farmacista di origine russa mi hanno aiutata. Vedevo feriti ovunque. Ho sentito che il bilancio è arrivato ad oltre cinquanta. Non so, però, le situazioni critiche erano veramente tante. Ho attivato una sorta di triage, in attesa dei soccorsi. Valutazioni rapide, per individuare i casi prioritari. Decine di persone da noi assistite. E intorno la folla di un sabato pomeriggio, stravolto da un incidente in pieno centro. E poi le urla e le lacrime di chi provava a chiedere un supporto. Ripeto, la mia esperienza professionale mi ha portata in situazioni diverse, molte difficili, ma sabato ho capito cosa significa stare in guerra».

Cosa ha provato esattamente?

«In realtà la scarica di adrenalina e cortisolo rendeva tutto più nitido. La mia mente era incredibilmente chiara, focalizzata in un controllo assoluto. È uno stato strano, quasi elettrizzante. Eppure, allo stesso tempo, profondamente inquietante. Potente, ma anche spaventoso, perché sembra andare oltre i confini ordinari dell'essere umano».

Quando sono arrivati i soccorsi, ha abbandonato il campo?

«Beh sì... ho guardato l’orologio e ho pensato ai miei figli, a casa. Tra l’altro l’unica gioia provata quando ho prestato soccorso è stata quella di non aver visto neonati e bambini piccoli coinvolti. Il problema è che non c’era più linea. Il mio telefono era praticamente morto. Dovevo raggiungere la stazione e, nel caos generale, sono riuscita a chiedere un passaggio a due ragazzi. Alle 17.10 sono salita sul treno e il mio primo pensiero è andato a mia madre. Volevo sentire la sua voce, ma non potevo chiamarla. Così ho chiesto aiuto. L’ho sentita e le ho detto di avvertire mio marito: sarei rientrata presto a casa».

E oggi (ieri, ndr) come si sente?

«Sto per andare a fare sport con mio figlio. Devo scaricare la tensione. Il punto è che in un attimo tutto può spezzarsi. Penso e rifletto su un’altra cosa: il lavoro del medico è soprattutto questo: esserci quando gli altri fuggono».

©RIPRODUZIONE RISERVATA