24 giugno

Oggi, ma nel 1900, a Manciano, in provincia di Grosseto, in località Lascone, Gaspero Mancini, fruttivendolo romano “traditore” di 32 anni, uccideva nel sonno con una fucilata, per accaparrarsi la taglia di 4mila lire, il brigante maremmano Luciano Fioravanti, di Acquapendente, in quel di Viterbo, di 42 anni, ricercato dal 1888 e colpito da 13 mandati di cattura, luogotenente di “Domenichino” Tiburzi, «che distingueva la legge dalla giustizia», fatto fuori dai carabinieri del capitano Michele Giacheri, a Capalbio, il 24 ottobre 1896, dopo 24 anni di latitanza. L’importanza della vittima (nella foto, particolare, la libera reinterpretazione dell'agguato letale dalla copertina a colori de “La Tribuna illustrata della Domenica”, dell’8 luglio 1900, nel disegno di Enrico Zanetti con incisione di Ernesto Romagnoli), di 22 anni più giovane di Tiburzi, classe 1836, era legata proprio al peso specifico del suo defunto capo, considerato “re della macchia”.
Fioravanti era rocambolescamente riuscito a fuggire nella notte costata la vita al suo superiore. Ma l’assassinio di Fioravanti, che a lungo aveva battuto il circondario d’origine, soprattutto aiutando i bisognosi con quanto depredato ai ben abbienti e per questo era particolarmente protetto dalla povera gente durante il suo errare, veniva anche ritenuto il punto fermo atto a decretare la fine del brigantaggio in quel circondario della Toscana. Nell’esecuzione, il pallettone, sparato a bruciapelo, entrava dall’occipite ed usciva dall’orbita sinistra. Il cervello, che veniva asportato e messo sotto spirito, veniva spedito a Torino al padre dell’antropologia criminale, il medico Cesare Lombroso, per farlo esaminare.
Ufficialmente il sicario, che rimarrà impunito, spiegherà di aver agito perché, mentre era al servizio del marchese Gino Aldi Mai a Pitigliano, fosse stato minacciato di morte da Fioravanti il 16 giugno precedente. Era accaduto per essersi rifiutato di recapitare la lettera, con la richiesta della dazione immediata di 5mila lire, al marchese Giorgio Guglielmi di Vulci a Civitavecchia. Espediente studiato per rendere il nobiluomo forzatamente contribuente della lotta di popolo scatenatasi, particolarmente nel centro-sud del Belpaese, contro le forze armate savoiarde a ridosso dell’unificazione nazionale.
