A 11 anni a scuola con il coltello nel giubbino, la scoperta choc a Chieti

28 Gennaio 2026

L’allarme lanciato dalle insegnanti. Il ministro Piantedosi: «Direttiva ai presidi per i metal detector, anche a sorpresa»

CHIETI. Nello zaino e nelle tasche di un bambino di 11 anni dovrebbero trovarsi soltanto libri, matite e quaderni, gli strumenti necessari alla costruzione del sapere e della personalità. A Chieti, invece, quella tasca di giubbino nascondeva un coltello da cucina. Non è accaduto nulla di irreparabile nella scuola media teatina, la lama non è stata estratta per minacciare e nemmeno per ferire, ma la sua sola presenza tra i banchi racconta un’emergenza educativa che ha ormai superato il livello di guardia. A impedire che la situazione degenerasse è stato un altro studente che, accortosi dell’arma, ha avvertito le insegnanti, attivando quella rete di protezione che dalla classe sale alla presidenza e arriva fino alle famiglie.

La madre dell’undicenne è stata chiamata d’urgenza, ma la questione esce presto dalla dimensione privata per entrare in quella pubblica. A quell’età non si è imputabili: la legge non prevede processi per chi non ha compiuto i 14 anni. Tuttavia, l’impunità penale non cancella la gravità sociale. Il caso è destinato ad arrivare sul tavolo dei Servizi sociali del Comune, chiamati a indagare sul contesto che spinge un ragazzino a uscire di casa armato come se stesse andando al fronte e non a lezione. La scuola resta anonima, una cautela necessaria per proteggere il minore, ma l’episodio si lega inevitabilmente alla memoria ancora fresca di quanto accaduto a La Spezia, dove il diciottenne Abanoud Youssef è morto colpito da un diciannovenne all’interno di una classe. A Chieti non c’è stato sangue, ma la paura è la stessa.

Gli episodi si accumulano con una frequenza che impedisce di considerarli eccezioni. In Alto Adige uno studente delle medie è stato denunciato per aver portato in aula un coltello fabbricato in casa con una stampante 3D, segno di una creatività deviata verso l’offesa. Nel Bolognese, uno zaino nascondeva addirittura un machete, sequestrato dai carabinieri. A Genova un sedicenne ha varcato l’ingresso della scuola con una scacciacani senza il tappo rosso, perfetta replica di un’arma vera.

Ma è il caso di Asti a spiegare meglio di ogni altro la deriva in atto. Lì, in un istituto superiore, un’insegnante ha visto un coltello a serramanico in mano a uno studente. Quando i carabinieri sono intervenuti, il ragazzo ha risposto con una calma surreale: «Sono abituato a portarlo con me». Ha spiegato che voleva usarlo per il laboratorio tecnico, come fosse un compasso o una squadra. In quella frase c’è tutto lo smarrimento di una generazione che non riconosce più il confine tra ciò che è lecito e ciò che è pericolo, tra uno strumento di lavoro e un’arma. Di fronte a questa normalizzazione della violenza, la risposta delle istituzioni cerca di farsi pratica, immediata. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha lanciato la proposta di utilizzare metal detector mobili agli ingressi delle scuole.

Un’idea che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha preso alla lettera: «In queste ore, domani al massimo (oggi per chi legge, ndr)», ha annunciato ieri sera in diretta televisiva, «usciremo con una direttiva condivisa con il ministro Valditara che manderemo ai dirigenti scolastici e ai prefetti: significherà che su richiesta dei dirigenti scolastici, quindi nel pieno rispetto dell’autonomia scolastica, insieme ai prefetti si potrà decidere di fare dei controlli nelle scuole, davanti e all’ingresso, in connessione al fenomeno crescente dell’utilizzo dei coltelli da parte dei ragazzi. Il controllo potrà essere fatto a sorpresa quando sarà richiesto dai dirigenti scolastici. Ovviamente resta fermo che se ci sono problemi di commissione di reati, quindi indagini giudiziarie, su disposizione dell’autorità giudiziaria potrà essere fatto in maniera anche diversa». Insomma: la scuola chiede aiuto perché da sola non riesce più a filtrare ciò che entra nelle tasche dei giubbotti.

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