Assalto sventato al portavalori, tutti i segreti della banda: puntava a 8 milioni d’oro

23 Marzo 2026

Le accuse: «Modalità brutali». Dai droni agli indagati seguiti pure al ristorante: ecco i retroscena del blitz della polizia

CHIETI. Otto milioni di euro in oro. È da lì che bisogna partire, da quel carico che attraversa le strade blindato e sorvegliato, da quel tesoro che per la banda foggiana fermata a Vignola, nel Modenese, non era una fantasia ma un obiettivo studiato, preparato, avvicinato un passo dopo l’altro. La procura e la squadra mobile di Chieti, seguendo il filo dell’inchiesta nata dopo la rapina del 5 gennaio a Ortona, hanno trovato molto più di un gruppo di uomini pronti a colpire: hanno trovato i segreti di una macchina criminale che si era rimessa in moto con metodo, disciplina, armi da guerra, mezzi rubati e un piano costruito nei dettagli per assaltare sull’A1 un blindato della società Battistolli. L’oro, i sopralluoghi, i telefoni, il covo, il materiale nascosto nel rimorchio di un Tir, la fuga tentata nei campi: l’approfondimento degli atti restituisce il profilo di una preparazione che non aveva nulla di improvvisato.

L’ordinanza del giudice Andrea Scarpa, che ha confermato il carcere per i 14 arrestati contestando anche l’aggravante del metodo mafioso, mette in fila movimenti e verifiche sul terreno. Il punto di partenza resta la rapina da 400.000 euro di Ortona, dove un blindato della società Aquila è stato fatto esplodere e i banditi hanno sparato una ventina di colpi di mitra. I poliziotti, sotto il coordinamento del procuratore Giampiero Di Florio e del sostituto Giancarlo Ciani, cominciano a seguire una pista che porta dritto in Puglia, nello specifico a Cerignola. Il 10 marzo arriva la svolta. Gli agenti del commissario capo Francesco D’Antonio raccolgono elementi concreti: il gruppo criminale finito sotto inchiesta sta preparando un colpo ai danni di furgoni della Battistolli, in partenza da Paderno Dugnano (Milano), direzione Bologna. La Mobile di Chieti sale verso nord e organizza un servizio di osservazione lungo l’A14.

Prima tappa: un ristorante vicino allo svincolo di Rimini nord. Dentro ci sono Antonio Sciusco ed Emiliano Smakai, entrambi cerignolani, monitorati da giorni. Finito il pranzo, i due ripartono. La polizia li segue a distanza e li sorprende mentre ispezionano l’esterno delle filiali della Battistolli. Stanno studiando il percorso dei furgoni portavalori, i tempi, le mosse. Gli investigatori annotano ogni dettaglio: le soste, i sopralluoghi, i veicoli utilizzati. La banda si muove con metodo, organizzazione militare, nessuna improvvisazione.

Il 14 marzo i sopralluoghi proseguono. Questa volta con Sciusco e Smakai ci sono anche Antonio Casamassima e Giuseppe Bruno, altre due persone che saranno poi arrestate. Il gruppo percorre le stesse strade, verifica gli stessi punti, calcola le stesse distanze. Fotografa, misura, cronometra. Gli accertamenti rivelano che la batteria è pronta a colpire il 18 marzo. Il piano prevede il raduno in un fondo agricolo a Vignola, nella zona del mercato ortofrutticolo. La polizia decide di controllare quel terreno dall’alba, con un drone che vola alto e resta invisibile. Nessuno può immaginare che ogni movimento venga registrato. L’occhio elettronico riprende tutto, trasmette in tempo reale, conserva ogni fotogramma. Alle 6.27 arriva un Tir bianco.

Alla guida c’è Matteo Cannone. Scende, parla con altre persone, recupera materiale nascosto nel rimorchio: sei taniche di benzina, da usare per incendiare i mezzi una volta compiuto il colpo; una borsa pesante, all’interno della quale saranno trovati poi i Kalashnikov; una moto-troncatrice, per tagliare le lamiere del portavalori da assaltare; e una custodia lunga, contenente verosimilmente un altro mitragliatore AK47. Il drone riprende tutto. Alle 15 il passaggio successivo: il gruppo si è allargato, gli uomini aumentano. La polizia capisce che è il momento. Squadra mobile di Chieti e Modena, Servizio centrale operativo, Nocs: scattano tutti insieme. Il blitz arriva quando i rapinatori sono già pronti, quando indossano le tute sopra gli abiti, quando hanno guanti e passamontagna a portata di mano. I segreti dell’organizzazione escono allo scoperto in pochi secondi.

Gli assalitori provano a scappare, ma gli equipaggi di copertura li bloccano in un campo e in un frutteto. Manette ai polsi per tutti. La perquisizione fa saltare fuori l’arsenale: sei Kalashnikov, due ordigni esplosivi artigianali nascosti in uno zaino, sette veicoli (di cui sei rubati e quattro con targhe clonate), undici telefoni Nokia intestati a stranieri inesistenti (i cosiddetti «citofoni», usati per evitare le intercettazioni) e giubbotti antiproiettile, segno che erano pronti a uno scontro armato. Strumenti di guerra, non di rapina. Attrezzature pensate per un colpo da esercito, non da strada. Ogni elemento viene catalogato, fotografato, repertato.

Tra gli arrestati c’è anche Carmine Di Benedetto, salernitano residente nel Modenese, titolare del contratto di locazione del fondo. Ascoltato la sera stessa, confessa. Gli accertamenti confermano che l’obiettivo era un blindato carico di oro per un valore compreso tra 6 e 8 milioni di euro. I banditi stavano per entrare in azione: dovevano muoversi dal covo e raggiungere il casello di Valsamoggia, a un quarto d’ora di strada. Quando sono stati fermati indossavano già le tute sopra gli abiti, avevano guanti e passamontagna pronti. Mancavano minuti, forse secondi. Un piano studiato nei minimi particolari, cronometrato, provato. Una vera operazione militare.

Il giudice Scarpa contesta, per la prima volta in Italia, un reato di recente introduzione, l’articolo 628-bis del codice penale: rapina commessa da gruppo organizzato, pena fino a 25 anni di carcere. «È del tutto verosimile», si legge nell’ordinanza, «che i malfattori, travisati, si sarebbero posti lungo la strada, pronti a esplodere colpi d’arma da fuoco così da costringere il portavalori a fermarsi bruscamente, per poi accerchiarlo a mano armata e compiere atti idonei e diretti in modo non equivoco a impossessarsi dei valori trasportati».

L’aggravante mafiosa, precisa il giudice, «si può ritenere integrata, almeno allo stato: questa non si fonda necessariamente sull’appartenenza dei responsabili a un’associazione mafiosa avente tra le sue attività rapine a furgoni portavalori, ma nel tratto, di fatto, “militare” che sarebbe stato usato per la commissione del delitto. Spiccano, a tal proposito, l’impiego organizzato di uomini secondo schemi rigidamente preordinati di avvicinamento all’obiettivo, tecniche di difesa di costoro rispetto all’intervento delle forze dell’ordine, disponibilità di armi, nonché ricetrasmittenti». «Modalità brutali di realizzazione», le ha definite la procura di Modena. Quattordici uomini, quattordici destini segnati. Otto milioni in oro che non hanno mai visto. E un colpo che resta scritto in un progetto criminale, fermato quando era ancora un sogno armato fino ai denti.

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