Vasto

Bimbi nel bosco, la maestra Lidia: «Così la madre li ha incoraggiati»

14 Gennaio 2026

L’insegnante racconta: «Sono educati e tranquilli, Catherine per loro è stata rassicurante»

VASTO. Alle otto del mattino la luce riempie l’aula al primo piano. Non è una scuola, tecnicamente parlando, e non ci troviamo in un edificio pubblico destinato all’istruzione: siamo a Vasto, all’interno della casa famiglia che dal 20 novembre ospita i bambini del bosco di Palmoli, in quella che è diventata la loro residenza dopo l’allontanamento dall’ambiente in cui sono cresciuti. Lidia Camilla Vallarolo, 66 anni, la maestra incaricata di avviare questo percorso di scolarizzazione, arriva puntuale per quello che è, a tutti gli effetti, il primo giorno di scuola dei tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion. Il luogo è stato preparato con cura per replicare una normalità didattica: i bambini sono seduti ai banchi, di fronte a una lavagna pronta per essere utilizzata.

Quello che accade in questa stanza luminosa ha un valore che va oltre la semplice lezione. L’insegnante porta con sé letterine di legno e schede di cartoncino su cui si scrive e si cancella, materiali pensati per un approccio manuale e diretto all’alfabetizzazione. La prima lezione dura un’ora e mezza. È un tempo lungo per chi non è abituato ai ritmi scolastici, ma necessario per stabilire un primo contatto. E proprio nel momento in cui si definiscono i ruoli e le regole di questo nuovo spazio, emerge il dato più rilevante e inatteso della giornata, quello che smentisce le previsioni della vigilia e le relazioni depositate agli atti.

La figura centrale di questo cambio di paradigma è Catherine, la madre. Le relazioni dell’assistente sociale e delle educatrici della struttura avevano descritto fino a questo momento una donna ostile all’idea dell’istruzione formale, una madre che «vuole che ai figli non si insegni niente». Era questo il quadro di partenza, la premessa che faceva temere tensioni o rifiuti. La realtà che si manifesta nell’aula al primo piano è invece molto diversa.

«La madre è stata presente», racconta la maestra Lidia, e non si riferisce a una presenza passiva o giudicante. L’incontro tra le due donne, l’insegnante e il genitore, avviene secondo i codici più tradizionali della cortesia e del riconoscimento reciproco: «Ci siamo presentate e date la mano».

In questo gesto c’è la sintesi di una tregua, o forse di una collaborazione che nessuno si aspettava. La maestra osserva e annota un atteggiamento che non corrisponde al profilo tracciato dalle carte burocratiche: «Da parte sua non ho trovato fastidio per questo percorso scolastico iniziato dai bambini».

Catherine sceglie di stare in disparte, letteralmente: «Si è messa dietro, noi abbiamo lavorato». La sua posizione nella stanza è strategica: non interferisce, ma c’è. È un punto di riferimento visivo per i figli, che cercano conferme mentre affrontano questo nuovo mondo fatto di lettere e regole. «I bambini ogni tanto si giravano verso di lei. Annuiva e li incoraggiava».

Per l’insegnante, quella che doveva essere una prova complessa si trasforma in un lavoro svolto in un clima disteso. «Per me è stata una bella esperienza», spiega. Catherine non è un ostacolo, ma diventa funzionale allo svolgimento della lezione. «Quella della madre è stata una presenza rassicurante e anche di aiuto logistico, perché ogni tanto traduceva quando si faceva fatica a trovare le parole».

La barriera linguistica, che pure esiste, viene superata grazie alla mediazione di chi, secondo le descrizioni precedenti, avrebbe dovuto opporsi. L’inizio delle attività didattiche segue un percorso graduale. «Ritengo che l’avvio sia stato positivo. Abbiamo cominciato a scrivere il nome con le letterine di legno».

I fratellini rispondono a questi stimoli con una compostezza che colpisce. «L’impressione è di bambini obbedienti, tranquilli, buoni e belli». Vallarolo descrive piccoli alunni che non creano problemi, che seguono le indicazioni. «Sono stati collaborativi e silenziosi: ascoltavano, soprattutto». Ma è proprio su questo punto che la maestra offre una lettura più profonda, evitando facili entusiasmi e analizzando il comportamento dei minori con pragmatismo. «Mi hanno accolta con educazione. Definirli affettuosi è troppo, perché nessun bambino lo è con una sconosciuta, è assolutamente normale che siano riservati nei confronti di persone nuove».

Sul fronte della comunicazione, la situazione è migliore di quanto si potesse ipotizzare. «Capiscono abbastanza l’italiano», nota la maestra. Questo permette di avviare il metodo didattico prescelto, quello fonematico, che parte dai suoni per arrivare alla scrittura. «Abbiamo cominciato dalle vocali», osserva Vallarolo, sottolineando la necessità di un approccio flessibile. «Di solito lo adatto alle circostanze e anche in questo caso lo aggiusterò strada facendo. Leggerò loro la favola del corvo e della volpe». Non c’è un programma rigido calato dall’alto, ma un adattamento progressivo alle risposte dei bambini.

Il piano di lavoro concordato è intenso. L’obiettivo è recuperare il tempo perduto e fornire agli alunni le competenze di base nel minor tempo possibile. «Ci stiamo organizzando per vederci quattro volte a settimana e trattare tutte le materie a parte religione», annuncia l’insegnante. Questo schema non è casuale, ma risponde a intese precise prese con chi ha la responsabilità legale dei minori: «Così secondo gli accordi con la tutrice».

Il livello di partenza degli alunni è inevitabilmente disomogeneo. La vita precedente, lontana dalle aule scolastiche, per i giudici ha lasciato dei vuoti che ora bisogna colmare. La maestra è realista su questo punto: «La bimba maggiore se dovesse entrare a un livello di una terza elementare non lo sarebbe». È un dato di fatto che non nasconde le difficoltà del percorso che attende la più grande, anche se la difesa ha sottolineato come il metodo steineriano, abbracciato dai genitori del bosco, presenti step differenti rispetto ai canoni tradizionali. Diverso è il discorso per i fratelli minori, che mostrano già una familiarità con i rudimenti della scrittura: «Se la cavicchiano: la maggioranza delle lettere le conoscono».

Quando l’ora e mezza di lezione termina, la tensione si scioglie. I bambini, che sono stati fermi e attenti, tornano a essere semplicemente bambini. «Quando abbiamo finito, si sono messi a giocare», racconta Vallarolo. Il loro gioco li porta verso l’esterno, verso la luce, anche se restano all’interno della stanza: «Si divertivano affacciandosi alla finestra. Sono apparsi vivaci, erano un po’ stanchi, perché avevano lavorato».

Resta da capire cosa spinga un’insegnante a dire sì a un incarico così delicato, in un contesto che attira l’attenzione mediatica e presenta oggettive complessità professionali e umane. Lidia Camilla Vallarolo risponde con ironia, alleggerendo il peso della responsabilità che si è assunta. «Perché ho accettato? La mia particolare abilità a cacciarmi nei guai e a complicarmi la vita», sorride. Ma dietro la battuta c’è la consapevolezza di un obiettivo preciso, fondamentale per il futuro dei bambini del bosco. «L’obiettivo è che imparino a leggere e a scrivere. E i piccoli a contare almeno fino al venti». La promessa è quella di un impegno totale: «Ce la metteremo tutta. Questi bambini miglioreranno».

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