Di Labio, l’ultimo scivolone sul premio ai daspati: «Milozzi ha fatto bene»

24 Gennaio 2026

Il presidente neroverde ora solidarizza con il delegato del Coni mandato via. Già in passato è stato sanzionato per l’incarico a un tifoso ritenuto violento

CHIETI. Quando il presidente nazionale del Coni, Luciano Buonfiglio, ha deciso di mettere alla porta il suo delegato locale, lo ha fatto usando parole che nel vocabolario delle istituzioni hanno il peso del piombo. Ha parlato di comportamenti inaccettabili, di legalità violata, di una scelta che non ammette repliche. Ha spiegato, con la chiarezza di chi comanda, che premiare persone bandite dagli stadi è un atto che mina le fondamenta stesse dello sport. In un mondo normale, questo avrebbe chiuso la discussione. Ma a Chieti, evidentemente, la normalità è un concetto relativo, soggetto a interpretazioni creative. Ed è proprio in questo spazio di creatività che ha deciso di inserirsi Gianni Di Labio.

Il presidente del Chieti calcio, con un tempismo che sfiora il temerario, ha indossato la toga di avvocato difensore di Massimiliano Milozzi. Proprio lui, il delegato costretto alle dimissioni dopo il “licenziamento” a mezzo stampa arrivato da Roma. Per Di Labio, quella condanna senza appello pronunciata dal numero uno dello sport italiano non conta. Ciò che conta è difendere la scelta di aver fatto salire sul palco quattro ultrà della Curva Volpi colpiti da Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive per periodi che vanno dai due ai nove anni.

La posizione di Di Labio merita di essere analizzata con la stessa attenzione che si riserva ai fenomeni complessi, perché è ricca di sfumature interessanti. Il presidente guida una squadra che naviga in acque tempestose, quartultima in classifica in Serie D, con i debitori che bussano alla porta e le promesse di grandeur – per ragioni di spazio, indichiamo solo l’acquisto milionario dello storico Palazzo de’ Mayo – svanite nel nulla. Eppure, in mezzo a queste difficoltà quotidiane e al rischio concreto di penalizzazioni, la sua priorità è diventata schierarsi con i daspati.

D’altronde, il tema delle persone considerate violente e pericolose dalla questura sembra appassionare particolarmente il numero uno della società neroverde. Non è un mistero che, in passato, avesse nominato uno di questi soggetti come dirigente, salvo poi dover patteggiare una sanzione di tre mesi di inibizione davanti al tribunale federale per non aver rispettato il principio di non violenza. C’è una coerenza di fondo, dunque: per Di Labio è giusto premiare su un palco, durante un evento pubblico e davanti ai bambini, gente che è attualmente bandita dagli stadi perché accusata di aver rapinato ragazzini di una sciarpa avversaria o di aver lanciato tubi ad altezza d’uomo.

La sua tesi è affascinante. Secondo il presidente – che parla da inibito a dimissionario – raccontare ciò che Buonfiglio ha definito degno di «condanna forte» sarebbe solo «una ricerca continua di chi sbattere in prima pagina». Per lui, il Daspo è un dettaglio tecnico, una «misura preventiva, non un marchio d’infamia eterno». Di qui la sua «piena solidarietà al presidente provinciale del Coni che bene ha fatto nel premiare la nostra curva, vanto dello sport e della città».

Leggendo queste parole, si potrebbe pensare a un idillio tra la società e la tifoseria. La realtà, però, è un po’ più ruvida. Da settimane la Curva Volpi contesta aspramente la gestione Di Labio, arrivando a esporre striscioni e scrivere messaggi del tipo: «Hai maltrattato e umiliato i nostri colori». L’uscita del presidente, dunque, assume i contorni di una ammirevole captatio benevolentiae, un tentativo disperato di portare dalla sua parte quegli stessi ultrà che lo criticano, lisciando loro il pelo sul tema sensibile della repressione. Di Labio discetta di «principi della nostra civiltà giuridica e sportiva» e chiede di finirla con «l’indignazione a giorni alterni e con lo stigma sociale».

Ma Di Labio non è solo in questa battaglia contro la realtà dei fatti. A dargli manforte arriva Mauro Febbo, ex tutto – ex consigliere regionale, ex assessore, ex presidente della Provincia – e politico di lungo corso che fiuta l’aria della campagna elettorale. Anche lui ha deciso di affidare ai social e a una lettera, inviata al Centro, la sua visione garantista. Per Febbo, raccontare che un manipolo di daspati è diventato destinatario di un “premio speciale” davanti alle scolaresche è un atto di lesa maestà.

Nella sua narrazione, scrivere la cronaca di quell’evento significa condannare queste persone all’«ergastolo sociale». È curioso notare come Febbo, solitamente loquace, sia rimasto silente, come quasi tutti i rappresentanti istituzionali locali, dinanzi agli episodi di oggettiva violenza che hanno visto protagonisti esponenti della stessa curva. I tubi lanciati e le rapine non meritavano commenti; la critica alla premiazione, invece, merita una difesa appassionata.

La logica di Febbo, nei cui confronti a marzo inizierà un processo per corruzione e finanziamento illecito ai partiti, e Di Labio, che definisce ex il politico ma non Milozzi, sembra essere questa: il problema non è la malattia, ma il medico che te la diagnostica. Se il Coni nazionale dice che è intollerabile premiare i violenti, e i giornali riportano la notizia e le motivazioni dei Daspo, la colpa è di chi scrive e di chi legge, non di chi ha organizzato la cerimonia. È un ribaltamento della realtà che richiede una certa dose di coraggio, o forse solo la disperata necessità di non ammettere che, a volte, il silenzio sarebbe l’unica scelta davvero dignitosa. Soprattutto quando a parlare sono i fatti, e i fatti raccontano di stadi vietati e di legalità calpestata tra un applauso e l’altro.

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