Direttrice dell’agenzia di viaggi si porta via i soldi delle vacanze

4 Luglio 2026

La procura: «Si è impossessata di oltre 45mila euro, va condannata a due anni». Ma lei nega

CHIETI. Oltre 45.000 euro pagati dai clienti per le vacanze e spariti nel nulla. Giovanna P., sessantatreenne originaria di Francavilla al Mare, rischia ora una condanna a due anni di reclusione per appropriazione indebita continuata e pluriaggravata. È la pena sollecitata dal pm d’aula Sonia Ciancaglini nei confronti dell’ex direttrice tecnica di un’agenzia di viaggi. Secondo l’impianto accusatorio (titolare del fascicolo è il sostituto procuratore della Repubblica di Chieti Giuseppe Falasca), l’imputata si faceva consegnare le somme quasi esclusivamente in contanti, intascandole in segreto. Una dinamica – è la denuncia – che ha schiacciato economicamente il titolare dell’agenzia turistica. Ricevute regolarmente le fatture dai grandi tour operator e dalle compagnie di navigazione, l’imprenditore del Chietino doveva infatti coprire personalmente i buchi. L’alternativa era perdere per sempre i partner commerciali e lasciare a terra i clienti che avevano già saldato il proprio conto.

Il titolare figura oggi come persona offesa nel processo. Si è costituito parte civile tramite l’avvocato Marco Femminella per ottenere il risarcimento dei danni. Le indagini, condotte dalla guardia di finanza di Chieti, hanno delineato i contorni della vicenda. L’imputata respinge fermamente ogni addebito. La parola fine spetta al giudice Valentina Di Peppe, con la sentenza attesa per il prossimo mese di ottobre. Tutto inizia per un obbligo di legge. Le imprese del settore devono dotarsi di un direttore tecnico iscritto all’albo regionale per l’organizzazione dei viaggi, motivo per cui l’imprenditore decide di avviare la collaborazione con Giovanna P. I patti siglati al momento della firma imponevano una regola inequivocabile. La vittima precisa che tutti i movimenti finanziari, legati sia all’attività turistica sia al rapporto lavorativo, andavano effettuati in via esclusiva su uno specifico conto corrente.

I problemi emergono dopo poche settimane. In svariate occasioni – è ancora la ricostruzione dell’accusa – il titolare deve effettuare bonifici prelevando dal proprio conto personale per rientrare nei limiti del fido bancario. Invia messaggi di posta elettronica per richiamare la direttrice agli impegni assunti. Le chiede espressamente di redigere apposite note contabili per garantire la tracciabilità e la totale trasparenza delle operazioni. Le raccomandazioni cadono nel vuoto. L’imprenditore decide infine di troncare il rapporto e di presentare un esposto. Il racconto della parte civile si sofferma su alcune pratiche ritenute emblematiche e legate a un tour operator asiatico. Due clienti prenotano altrettanti viaggi. Il fornitore trasmette numerosi solleciti di pagamento, che la sessantatreenne tiene nascosti, omettendo sistematicamente il versamento.

In una circostanza, secondo il denunciante, la donna arriva a inviare al tour operator «una finta contabile bancaria», nel tentativo di simulare l’avvenuto saldo. L’episodio rischia di assumere contorni diplomatici. Il fornitore estero minaccia di cancellare i servizi per una cliente che si trova già in Thailandia, ipotizzando persino di richiedere l’intervento del governo di Bangkok. Messa alle strette, l’imputata chiede direttamente alla turista in viaggio di effettuare il pagamento del saldo. Rientrata in Italia, la viaggiatrice esige dall’agenzia il rimborso immediato di seimila dollari americani.

«Il complesso quadro», è la conclusione dell’avvocato Femminella, «evidenzia come Giovanni P. abbia artatamente posto in essere una condotta penalmente rilevante approfittando della sua qualifica di direttore tecnico di agenzia di viaggi e dell’autonomia di cui contrattualmente godeva nell’esercizio della sua professione, con relative perdite da parte della società che ammontano approssimativamente a 50.000 euro». Le fiamme gialle spulciano decine di fatture relative a crociere e viaggi internazionali, concentrandosi sulle pratiche thailandesi. I sospetti investigativi trovano conferma. Il pubblico ministero Falasca quantifica l’ammanco, stabilendo che l’imputata si sarebbe impossessata a più riprese di 45.769,39 euro, ricavati dai “pacchetti viaggio” pagati dai clienti fino al 20 agosto 2019.

La difesa ribalta totalmente le accuse. L’avvocato Maria Cocchini ha chiesto l’assoluzione con formula piena, ribadendo l’assoluta innocenza della sua assistita: «Non è possibile individuare alcuna condotta o intento appropriativo. La correttezza del comportamento dell’imputata traspare anche dal fatto che la stessa ha sempre tenuto in ordine le pratiche di viaggio. Il titolare ha potuto rinvenire le schede di prenotazione, tutti i documenti e, soprattutto, le ricevute, che una persona animata da intento appropriativo non avrebbe certo tenuto a disposizione di chi poteva verificarle. Appare evidente come all’imputata sia stata attribuita l’intera responsabilità dei cattivi risultati di una gestione complessivamente fallimentare dell’agenzia che, invece, va riferita a tutti i soggetti a vario titolo coinvolti». Si torna in aula in autunno per la sentenza.

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