Palmoli

Famiglia nel bosco, i periti della difesa: «Scelte di vita legittime»

12 Gennaio 2026

Depositata la relazione dei quattro esperti nominati dagli avvocati per il percorso di mediazione culturale: «Genitori pronti a correggere eventuali criticità, ma per i bimbi non c’è alcun pericolo»

PALMOLI. Non è più soltanto la favola ecologista o l’incubo dei servizi sociali, a seconda di come la si voglia guardare. La storia della famiglia del bosco di Palmoli ha smesso da tempo i panni della cronaca di colore per indossare quelli, decisamente più seri, del confronto tra giudici, avvocati e medici. Sul tavolo del tribunale per i minorenni dell’Aquila è arrivata nelle ultime ore una perizia che offre nuovi spunti di valutazione intorno alla vicenda di Catherine Birmingham, Nathan Trevallion e dei loro tre bambini, dallo scorso 20 novembre collocati in una casa famiglia di Vasto.

È una memoria tecnica, firmata da un pool di esperti nominato dai difensori dei genitori, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, per dimostrare che la scelta di vita in natura e di istruzione parentale adottata dalla famiglia anglo-australiana è legittima sul piano giuridico, coerente sotto l’aspetto pedagogico e orientata alla tutela del benessere dei fratellini. Il documento, depositato agli atti, è il risultato di un lavoro di squadra, nell’ambito di un percorso di mediazione culturale, che vede coinvolti quattro specialisti dell’Associazione italiana di medicina forestale: la neurologa Giovanna Borriello, la psicologa Francesca De Cagno, l’esperta in processi educativi e relazionali Viviana Vitale e il medico ricercatore Paolo Zavarella.

La tesi fondamentale che attraversa le pagine della perizia si può riassumere così: è un errore grossolano sovrapporre la non convenzionalità alla negligenza e all’inadeguatezza. Secondo i consulenti tecnici, il progetto di vita di Nathan e Catherine non è frutto di improvvisazione, ma è ponderato e strutturato. L’assenza di consumismo, la scelta di un’abitazione essenziale e il contatto con la natura non hanno generato quelle condizioni di abbandono e marginalità che avevano fatto scattare l’allarme delle istituzioni. Al contrario, la relazione dipinge il quadro di due genitori presenti, attenti e profondamente coerenti con le loro scelte valoriali.

Il terreno su cui si gioca la partita più complessa resta quello dell’istruzione. I tre figli della coppia non varcano la soglia di una scuola pubblica, e questo dato di fatto è stato uno dei grimaldelli utilizzati per mettere in discussione la responsabilità genitoriale. La memoria, tuttavia, blinda questa decisione ancorandola al diritto: l’educazione parentale è una facoltà legittima, prevista dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, garantita dalle leggi della Repubblica e regolata da specifiche note ministeriali. La difesa non si limita a citare i codici: entra nel merito della pedagogia. La famiglia del bosco applica il metodo Waldorf-Steiner, un sistema che i quattro esperti definiscono come uno degli approcci più strutturati e riconosciuti a livello internazionale.

È un modello educativo che rifiuta la standardizzazione, rispettando i tempi evolutivi individuali del bambino e privilegiando l’apprendimento esperienziale rispetto al nozionismo. Dall’analisi della documentazione effettuata dai consulenti emerge un ritratto dei minori che smentisce le ipotesi di isolamento culturale. I bambini vengono descritti come soggetti capaci di adattarsi a contesti nuovi, in grado di affidarsi a figure adulte diverse dai genitori e protagonisti di un percorso di apprendimento progressivo e costante. Non ci sono, insomma, i tratti dei «selvaggi» tagliati fuori dal mondo, ma quelli di bambini cresciuti con paradigmi differenti.

Anche l’accusa, più o meno velata, di settarismo o di chiusura ermetica nei confronti della società viene rispedita al mittente. La perizia sottolinea come l’adesione a uno stile di vita ecologico non coincida con il rifiuto del prossimo e non sia contro la società. A supporto di questa tesi, la difesa ha prodotto e allegato materiale fotografico e video che documenta momenti di socializzazione: i bambini giocano con i coetanei, interagiscono, vivono una vita di relazione che, seppur diversa da quella dei loro pari cittadini, esiste ed è attiva. Per gli esperti, dunque, non sussiste alcun rischio strutturale per la crescita dei minori.

Il documento deve tuttavia confrontarsi con le contestazioni del tribunale per i minorenni, che aveva individuato una serie di «gravi criticità» nel ménage familiare. I consulenti di parte non negano l’esistenza di margini di miglioramento, ma ne riclassificano la natura. Le carenze evidenziate dai giudici, è il senso del ragionamento, riguardano aspetti che sono eventualmente migliorabili e monitorabili. Non si tratterebbe di condizioni di pericolo imminente o irreversibile tali da giustificare la misura drastica della separazione del nucleo familiare. Se ci sono problemi – si sostiene nella memoria – questi vanno corretti attraverso un percorso di accompagnamento e supporto alla genitorialità, non con interventi traumatici che rischierebbero di arrecare danni ben peggiori di quelli ipotizzati.

Nella relazione è rimarcato come i genitori abbiano manifestato la volontà di collaborare con le istituzioni. Si sono dichiarati pronti al confronto, disponibili a integrare il proprio progetto educativo laddove si rendesse necessario e persino a partecipare a corsi di osservazione per dimostrare la bontà del loro operato. Una visione diametralmente opposta rispetto a quella tratteggiata dall’assistente sociale e dagli operatori della casa famiglia di Vasto. È la mano tesa di chi chiede allo Stato di non essere punito per la propria diversità, ma di essere giudicato sulla base di parametri oggettivi, che secondo i quattro esperti non sono tali da giustificare l’allontanamento dei bambini, anche se non assomigliano a quelli della maggioranza.

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