Frodi, società fallite e riciclaggio: Altair D’Arcangelo sotto accusa

I pm sul patron del Chieti calcio: «È a capo di un’associazione per delinquere». Indagati in 18
CHIETI. Per i tifosi del Chieti calcio, è il patron della squadra neroverde, l’uomo che continua a sedere sulla tribuna dello stadio Angelini, l’imprenditore che prometteva il rilancio, poi clamorosamente smentito da promesse non mantenute e risultati sportivi fallimentari. Per la procura della Repubblica di Bologna, invece, Altair D’Arcangelo è il «promotore e organizzatore» di un’associazione per delinquere costituita per commettere una valanga di «reati fallimentari, fiscali, di riciclaggio e autoriciclaggio». Il pubblico ministero Michela Guidi, nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che prelude generalmente alla richiesta di rinvio a giudizio, descrive un «programma associativo» – che ha coinvolto 18 indagati – destinato a produrre crediti Iva inesistenti per milioni di euro attraverso la compravendita di immobili e società in crisi.
D’Arcangelo, imputato a Teramo sempre per una maxi frode fiscale, era già finito al centro della cronaca dopo essersi dichiarato business developer, ovvero procacciatore di affari, della società anonima svizzera Wip Finance. Questa entità, in passato proprietaria dell’85% delle quote del Chieti calcio (poi è stata estromessa), si trova sotto indagine nel Paese elvetico e, nello scorso anno, stava per comprare il 75% del gruppo Visibilia dalle mani della ministra di Fratelli d’Italia Daniela Santanchè. Secondo il pm di Bologna, Altair D’Arcangelo svolgeva «attività di indirizzo e guida» delle operazioni illecite, assumendo le scelte effettive e l'amministrazione, sia di diritto che di fatto, di diverse società. Il funzionamento del presunto sistema criminale, attivo a Bologna e Valsamoggia dal 2018, è descritto con precisione nelle carte. Tutto partiva dalla «ricerca ed aggiudicazione di immobili mediante aste giudiziarie» presso i tribunali. Per queste operazioni venivano utilizzate società inattive o in grave crisi finanziaria, sfruttate, secondo l'accusa, «all’unico o principale fine di creare la frode».
Una volta acquisiti, i beni – terreni e fabbricati – venivano immessi in quelli che gli inquirenti definiscono veri e propri «caroselli». Gli immobili passavano da una società all'altra del gruppo, «generando», attraverso i diversi passaggi, nuovi e consistenti crediti Iva. L’artificio contabile si basava su operazioni indebitamente assoggettate a imposta che creavano, ad ogni step, un’imposta detraibile destinata a tradursi in un credito utilizzabile in compensazione. È qui che il meccanismo generava profitto: i crediti venivano usati per compensare debiti tributari di soggetti terzi attraverso contratti di accollo. Questa pratica consentiva la «monetizzazione» del credito Iva illecitamente creato. L’accollante, ovvero l’azienda che doveva saldare il debito col fisco, versava liquidità come corrispettivo della compensazione. Denaro che, secondo la ricostruzione della guardia di finanza, confluiva su conti correnti dedicati e veniva poi reimpiegato per sostenere i costi di ulteriori frodi.
Il ruolo di D’Arcangelo, in concorso con altri presunti promotori, riguardava ogni aspetto gestionale: dall’individuazione dei beni da acquistare all’asta alla determinazione dei valori di stima per i successivi passaggi, fino alla gestione dei contratti di accollo. Per realizzare il “disegno criminoso”, l'organizzazione si serviva di una rete di «meri prestanome», figure che assumevano la legale rappresentanza delle società coinvolte – come la Peschereccio srl, la Felu srl, la Arké Consulting, la Elettrogames, la S.L. srl, la L.B. srl e la In The World srl – senza avere alcuna autonomia decisionale, agendo come «esecutori delle indicazioni e decisioni dei promotori».
Le contestazioni non si limitano all'associazione per delinquere. A D’Arcangelo vengono addebitati specifici episodi di bancarotta fraudolenta per distrazione. Un caso emblematico riguarda la società Peschereccio Srl. Secondo l'accusa, l'imprenditore, in qualità di amministratore di fatto, avrebbe distratto l'intero patrimonio aziendale – beni strumentali, avviamento, magazzino, logo e personale – in favore della Felu Srl, senza alcun atto formale o corrispettivo. Sempre nell’ambito della gestione della Peschereccio Srl, viene contestata la distrazione di un immobile situato a Magliano de’’ Marsi, stimato in oltre 17 milioni di euro. Il bene, conferito dalla Arké Consulting (di cui D’Arcangelo era legale rappresentante), sarebbe stato trasferito alla società Levante, le cui quote erano state precedentemente cedute in usufrutto a una terza società, la Great View, per un corrispettivo irrisorio e rateizzato.
L’elenco dei reati fiscali è lungo e dettagliato. Si parla di utilizzo in compensazione di crediti Iva inesistenti per importi rilevanti: oltre 1,7 milioni di euro in relazione alla Peschereccio per l'anno 2018, e quasi 2,5 milioni di euro per la Elettrogames tra il 2018 e il 2019. In quest'ultimo caso, i modelli F24 presentati per le compensazioni indebite sono stati centinaia. L'accusa sostiene che tali crediti siano stati generati attraverso l'emissione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti. Viene citata, ad esempio, una fattura del marzo 2018 per un imponibile di oltre 17 milioni di euro relativa al conferimento dell’immobile di Magliano de’ Marsi, emessa «al fine di consentire a Peschereccio Srl l’evasione delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto». Analoghe contestazioni riguardano conferimenti immobiliari a Neoneli, in provincia di Oristano, e a Bolotana, nel Nuorese, con fatture milionarie emesse da società riconducibili al gruppo, come la Partners e la Dinamica Pro, quest'ultima con una fattura non rinvenuta per un imponibile di quasi 25 milioni di euro.
Particolarmente ingente il volume di fatture per operazioni inesistenti contestato in relazione alla S.L. per l’anno 2017: il totale calcolato dagli inquirenti ammonta a oltre 37 milioni di euro di imponibile, con un'Iva di oltre 8 milioni. Le causali di queste fatture spaziavano da anticipi su preliminari di compravendita immobiliare a permute di porzioni di complessi logistici a Marcaria, nel Mantovano. Anche in questo frangente, D’Arcangelo è indicato come amministratore di fatto, mentre altri indagati si occupavano della predisposizione materiale dei documenti o dell'apposizione dei visti di conformità necessari per le compensazioni fiscali.
Emerge anche l’accusa di aver ostacolato la ricostruzione del patrimonio e del volume d’affari delle società fallite. In più occasioni, viene contestato l’occultamento o la distruzione delle scritture contabili, come nel caso della Peschereccio, la cui contabilità sarebbe stata ceduta di fatto alla Felu, o della L.B. e della Arké Consulting. Non mancano episodi di distrazione di beni mobili, tra cui furgoni e autovetture di lusso in leasing, come un’Audi Q5 e un’Audi A4, non rinvenute dal curatore fallimentare.
L’indagine ha toccato anche i tentativi di concordato preventivo. Per la Peschereccio, sono state presentate al tribunale di Bologna proposte che, secondo l'accusa, attribuivano alla società «attività inesistenti» e simulavano crediti. Nella relazione allegata alla domanda di ammissione, si vantavano immobilizzazioni per 28 milioni di euro e crediti erariali per 6 milioni, dati che la procura ha bollato come «non corrispondenti al vero», in quanto riferiti a immobili già ceduti o mai realmente acquisiti perché il prezzo non era stato pagato.
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