Palmoli

Genitori del bosco, scatta la denuncia contro l’assistente sociale: «È ostile, va revocata subito»

29 Gennaio 2026

Ecco il documento di otto pagine presentato anche all’Ordine professionale: «Alimenta il conflitto, ha detto no pure alle telefonate tra i bimbi e la nonna»

PALMOLI. Per capire cosa sta succedendo davvero a Palmoli, bisogna partire dalla fine, o meglio, da quello che non sta succedendo. Non ci sono telefonate libere tra i tre bambini del bosco e la loro nonna. Non ci sono incontri con gli amici di famiglia, nemmeno dopo 60 giorni di isolamento in una comunità. C’è invece un documento di otto pagine, inviato ieri all’Ambito distrettuale sociale dell’Alto Vastese e all’Ordine degli assistenti sociali (consiglio territoriale di disciplina), che prova a spiegare perché tutto questo non sia il frutto di una necessaria tutela minorile, ma l’esito di un «conflitto personale» e di una gestione «ostile e manchevole».

I genitori Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, assistiti dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, hanno deciso di non limitarsi alla difesa nel merito: hanno attaccato il metodo. La loro istanza di revoca contro Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che ha seguito il caso fin dal primo giorno, è un atto d’accusa durissimo che smonta, pezzo dopo pezzo, la narrazione ufficiale che ha portato all’allontanamento dei loro tre figli dallo scorso 20 novembre. Cinque incontri in dodici mesi, tre dei quali «ingiustificatamente e incomprensibilmente» avvenuti con la scorta dei carabinieri: è questa la statistica che apre l’esposto.

Tutto comincia con un piatto di funghi. È l’evento zero, il momento in cui la famiglia entra nei radar dei servizi sociali. Siamo agli inizi della vicenda e l’intero nucleo familiare finisce al pronto soccorso per un’intossicazione alimentare accidentale. Nelle carte ufficiali, però, questo incidente domestico cambia faccia. Il 17 aprile 2025, D’Angelo invia una relazione alla Procura Minorile dell’Aquila usando parole che pesano: scrive che «tutti i membri della famiglia manifestavano sintomi di avvelenamento perdendo i sensi». Aggiunge che si sono salvati «soltanto grazie a una serie di circostanze fortuite».

Leggendo quella relazione, l’immagine che si forma nella mente di chi deve giudicare è chiara: due genitori incoscienti che hanno quasi ucciso i figli, salvati per miracolo dal caso. Il problema, sostengono gli avvocati Femminella e Solinas, è che non è vero. O almeno, non è vero secondo i referti medici allegati all’esposto. Nessuno ha mai perso i sensi. Nessuno è stato «avvelenato» nel senso letale del termine. Nessuno ha rischiato la vita. Era, appunto, una «banale intossicazione». La difesa sostiene che trasformare un incidente in una tragedia mancata servisse a uno scopo preciso: definire i Trevallion come «sprovveduti negligenti, pericolosi per se stessi e per i loro stessi figli». Una volta appiccicata questa etichetta, scollarla è diventato impossibile.

Se i genitori sono negligenti, il luogo in cui vivono deve necessariamente riflettere questo degrado. Nelle relazioni dell’assistente sociale, la casa di Palmoli viene descritta come un luogo «fatiscente, in pessime condizioni igieniche e priva delle utenze necessarie». Un «rudere» con «evidenti danni strutturali che lo rendono inagibile». Anche la geografia viene piegata alla narrazione: per raggiungere l’abitazione, scrive l’operatrice, bisogna «oltrepassare il varco» e avventurarsi in un’area boschiva. Sembra la descrizione di un eremitaggio fuori dal mondo, pericoloso e inaccessibile.

La realtà descritta nell’esposto è molto più prosaica. La casa non è persa in un bosco inesplorato, ma si trova «a ridosso della strada principale». E quel «rudere» privo di utenze ha i pannelli fotovoltaici sul tetto che garantiscono la luce elettrica, ha l’acqua corrente e una cisterna adiacente. Gli avvocati parlano di «suggestione fuorviante e nociva», alimentata da un «appellativo ormai fornito dalla stampa». La casa nel bosco serve a confermare il sospetto di marginalità, a giustificare l’intervento d’urgenza, a validare l’idea che quei bambini vivano in un mondo a parte da cui devono essere salvati.

C’è un passaggio dell’esposto che racconta molto del clima che si è respirato in questi mesi. È il 4 aprile 2025. L’assistente sociale decide di effettuare una visita domiciliare. Non avvisa nessuno. E non va da sola: si fa accompagnare dai carabinieri della stazione di Palmoli. Arrivano a casa, dove potenzialmente ci sono tre bambini. I legali definiscono questa azione un «blitz». Si chiedono: era necessario? La presenza di militari in divisa è stata percepita come «estremamente invasiva e incutente».

L’assistente sociale, nelle sue note, lamentava che «la famiglia faceva perdere le proprie tracce». La difesa ribalta la prospettiva: non scappavano, avevano paura. C’era una fitta corrispondenza epistolare tra le parti, ma l’inflessibilità mostrata dall’operatrice e la minaccia costante della sospensione della responsabilità genitoriale avevano generato nei coniugi il terrore del giudizio e «ancor più del Tribunale». Invece di rassicurare, di costruire un ponte, l’intervento del 4 aprile ha alzato un muro. «Le istituzioni collaborano, dialogano, forniscono sostegno e non terrorizzano», scrivono gli avvocati. E anche in quell’occasione, la D’Angelo trovò solo il padre: il resto della famiglia era a Bologna da amici. Un normale spostamento che, nel clima di sospetto generale, è diventato un altro indizio di inaffidabilità.

Qui la storia fa un salto di livello. Non è più solo una questione di fatti contestati, ma di visioni del mondo. Il cuore dell’esposto riguarda la presunta violazione del Codice deontologico, in particolare degli articoli che vietano di imporre i propri valori personali agli assistiti. In una nota del 22 dicembre 2025 – quando i bambini sono già stati portati via – l’assistente sociale mette nero su bianco la sua filosofia pedagogica. Scrive: «Educare significa anche porre dei confini e le regole, anche quelle sociali, non sono privazioni di libertà ma atti di cura».

Fino a qui, una posizione legittima. Ma poi aggiunge: «Il privilegiare ad ogni costo lo sviluppo della sfera emotiva a discapito di quella cognitiva rappresenta una adulterazione che deve necessariamente portare alla difesa dei diritti dell’infanzia». Per gli avvocati, questa è la prova regina del pregiudizio. L’operatrice si sarebbe eretta a «censore», giudicando «sbagliato» un metodo educativo diverso dal proprio, forse meno normativo e più empatico, e decidendo di correggerlo con la forza dell’autorità pubblica. In un’altra nota al tribunale, la D’Angelo rivendica i suoi vent’anni di esperienza, una difesa che i legali leggono come dimostrazione di incapacità di «essere e mostrarsi terza». Non era più un’assistente sociale che aiutava una famiglia; era una professionista che difendeva se stessa contro una famiglia. E, per la difesa, avrebbe anche violato il «principio di riservatezza», rilasciando dichiarazioni alla stampa.

Per dimostrare che i Trevallion non sono pregiudizialmente ostili alle istituzioni, la difesa cala una carta importante: Bologna. Durante un periodo trascorso in Emilia Romagna, la famiglia ha avuto contatti con i servizi sociali locali e con la Procura. Come è andata? Catherine lo racconta così: «Queste donne meravigliose sono state estremamente disponibili». Nessuno scontro, nessuna fuga, nessun carabiniere alla porta. Secondo i legali, questo prova che l’irrigidimento c’è stato solo con la D’Angelo, a causa di un approccio che ha generato conflitto anziché fiducia.

E quel conflitto, sostengono gli avvocati, non è finito. Continua oggi, sulla pelle dei bambini. L’esposto denuncia una «animosità» attuale che si traduce in divieti apparentemente inspiegabili. È della D’Angelo, secondo l’accusa, la decisione di negare le telefonate libere con la nonna materna e la zia. È suo il rifiuto di far incontrare i tre fratelli con due amici di famiglia che hanno figli piccoli, una richiesta avanzata dai bambini stessi «dopo oltre 60 giorni di isolamento» e che avrebbe potuto avvenire in sicurezza dentro la struttura. L’istanza di revoca si chiude con una richiesta perentoria alle autorità di controllo: intervenire subito, perché il pericolo non è passato. La difesa chiede di rimuovere dall’incarico chi, a loro dire, ha confuso il proprio ruolo di supporto con quello di correttore morale, compromettendo «irrimediabilmente la terzietà» e trasformando un percorso di aiuto in una prova di forza che, alla fine, ha lasciato tutti più soli.

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