Gli affari opachi di Altair con il commercialista sotto processo per mafia

I rapporti tra D’Arcangelo e Zinghinì, accusato di far parte di un clan di camorra: sono indagati insieme nell’inchiesta di Bologna per associazione a delinquere
CHIETI. Gli affari di Altair D’Arcangelo, il patron del Chieti calcio plurinquisito per le sue opache operazioni imprenditoriali, si intrecciano pericolosamente con quelli di un commercialista lombardo finito sotto processo per associazione mafiosa, Giuseppe Antonio Zinghinì. Nella maxi inchiesta della procura della Repubblica di Bologna su un gruppo criminale che riciclava denaro realizzando frodi a catena, il numero uno della società sportiva neroverde è indagato con altre 17 persone, tra cui il professionista originario di Legnano, rinviato a giudizio lunedì scorso nell’inchiesta Hydra che, per dirla con le parole della pm di Milano Alessandra Cerreti, ha svelato l’esistenza di «un’associazione mafiosa alla quale aderiscono rappresentanti sul territorio lombardo che hanno deciso di mettersi insieme per fare business, autorizzati dalle “case madri” a spendere il brand criminale di Cosa nostra, della Camorra o della ’Ndrangheta».
L’INCHIESTA DI BOLOGNA – Secondo le contestazioni mosse dai magistrati emiliani, D’Arcangelo era uno dei promotori e organizzatori dell’associazione per delinquere che produceva crediti Iva inesistenti per milioni di euro attraverso la compravendita di immobili e società in crisi. Più nel dettaglio: svolgeva «attività di indirizzo e guida, individuando aziende inattive o in difficoltà finanziarie da utilizzare unicamente per le frodi, assumendone le scelte effettive e l’amministrazione di diritto e di fatto». D’Arcangelo e gli altri personaggi al vertice della banda sceglievano i beni da acquistare alle aste, gestendo tutte le operazioni che generavano i «crediti inesistenti», reimmettendo i proventi «a beneficio dell’organizzazione e a sovvenzione di altre frodi».
LE CONTESTAZIONI – Zinghinì è ritenuto uno degli «esecutori» delle direttive impartite da D’Arcangelo e dagli altri capi: da un lato, «sottoscriveva le perizie sugli immobili al fine dei conferimenti alle società acquirenti»; dall’altro, «apponeva i visti di conformità ai crediti Iva artificiosamente creati trasmettendo i modelli F24 contenenti le indebite compensazioni».
LE ACCUSE DI MAFIA – L’inchiesta emiliana non è l’unico inciampo giudiziario del ragioniere commercialista e revisore legale Zinghinì. Il prossimo 19 marzo, nell’aula bunker di Milano, si aprirà il processo Hydra a carico suo e di altre 44 persone, dopo le condanne per complessivi cinque secoli di reclusione già arrivate nei confronti di ulteriori 62 imputati con il rito abbreviato. Zinghinì è considerato un rappresentante del gruppo Senese, «collegato all’omonima famiglia operante nel territorio della città di Roma, con al vertice Michele Senese, la cui vicinanza alla camorra è stata attestata» anche da una sentenza definitiva. Un gruppo, scrive il pubblico ministero, che per raggiungere i propri obiettivi criminali «si avvale della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento e omertà che deriva dall’appartenenza al sistema mafioso lombardo». Nello specifico, Zinghinì è finito nei guai per essersi messo «a completa disposizione degli interessi dall’associazione, cooperando con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso». Nel concreto: coadiuvava un altro imputato «nella consumazione di una serie indeterminata di delitti in materia fiscale e finanziaria», partecipando «al riciclaggio e alle false fatturazioni» in favore di una ditta e «all’intestazione fittizia» di un’altra società. Il commercialista è accusato anche di aver partecipato a un summit a Dairago, vicino a Milano, durante il quale «venivano affrontati diversi argomenti, tra i quali la compravendita di sostanze stupefacenti».
L’INDAGINE DI TERAMO – Bologna, ma non solo. I destini, e gli affari illeciti, di D’Arcangelo e Zinghinì si sono intrecciati anche in altre inchieste: il patron teatino e il professionista lombardo sono tuttora coimputati, davanti al tribunale di Teramo, per una frode milionaria ai danni dell’erario. I reati contestati, in questo caso, sono «emissione di fatture per operazioni inesistenti», «dichiarazione fraudolenta» e «indebita compensazione». Sullo sfondo, tra risultati deludenti e trattative per la cessione delle quote, il futuro del Chieti calcio sembra sempre più a rischio.
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