Vasto

Roberta Bruzzone: «Violenze e liti in casa, dramma nato lentamente»

22 Aprile 2026

La criminologa: «La famiglia si è logorata progressivamente». E sulla denuncia poi ritirata: «Quel ragazzo poteva e doveva essere fermato prima»

VASTO. «Quello che è accaduto a Vasto, con la morte di Andrea Sciorrilli, non somiglia affatto al classico delitto che esplode dal nulla. Somiglia, piuttosto, a una tragedia che matura lentamente, dentro le pareti di casa, nel logoramento progressivo di una famiglia che, per troppo tempo, ha convissuto con una condizione di tensione, paura e crescente percezione di pericolosità». La criminologa, psicologa forense e opinionista tv, Roberta Bruzzone, ne è convinta.

«Non si deve cedere al moralismo facile, né alla scorciatoia ideologica», dice, «perché quando in una famiglia si arriva a questo punto, quasi mai si tratta di un singolo litigio andato male. Più spesso ci si trova davanti a una escalation relazionale tossica, fatta di conflitti ripetuti, intimidazione, rabbia mal gestita, aggressività sempre più difficile da contenere e di quella sensazione devastante che, in molte case, arriva a colonizzare ogni cosa». Nessuno può tracciare una diagnosi seria da un fatto di cronaca, ma sul piano psicologico alcuni elementi sono già riconoscibili.

«Quando un soggetto appare disregolato, impulsivo, incapace di tollerare frustrazione e limite, ogni discussione rischia di trasformarsi in un campo minato. In questi profili, il conflitto non viene vissuto come un confronto, ma come un affronto», sostiene Bruzzone, «il “no” diventa un’umiliazione. Il contenimento, una provocazione. Il richiamo alla responsabilità viene percepito come attacco personale. E allora la rabbia non è più solo rabbia: diventa pretesa di dominio, bisogno di imporre la propria forza, convinzione che gli altri debbano piegarsi. È il punto in cui, nella mente dei familiari, il congiunto problematico smette di essere solo difficile e comincia a essere percepito come una minaccia concreta». Quello che potrebbe essere accaduto nel delitto di Vasto.

«È questo il cuore più oscuro della vicenda: non l’idea di un padre mostruoso che improvvisamente si trasforma in assassino, ma quella di un padre che, dentro una spirale familiare deteriorata da anni, arriva a un punto di rottura estremo. E sia chiaro: capire non significa giustificare», tiene a precisare Bruzzone, «un omicidio resta un omicidio. Ma se vogliamo leggere davvero questa tragedia, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che certe decisioni estreme non nascono in un pomeriggio. Nascono quando una famiglia si sente senza vie d’uscita. Quando la minaccia viene percepita come cronica, quando le denunce non sembrano bastare, quando i confini saltano uno dopo l’altro e l’idea stessa della convivenza diventa insostenibile».

Per Bruzzone, «il fatto che nel 2024 fosse già stato attivato un codice rosso rende ancora più evidente che il disagio e il pericolo, almeno secondo quanto denunciato dai familiari, non sarebbero stati episodici». Ed è proprio questo il punto più inquietante. «Perché vicende come questa sono, purtroppo, paradigmatiche di ciò che molte famiglie stanno vivendo», afferma la criminologa, «case dentro cui non si vive più, ma si resiste; relazioni in cui l’affetto viene divorato dalla paura; genitori e fratelli che non sanno più se stanno aiutando una persona in difficoltà o semplicemente rimandando la prossima esplosione. In questi contesti, la violenza non arriva sempre con l’eclatanza delle grandi tragedie pubbliche. Spesso si presenta come una erosione quotidiana della sicurezza, fatta di scatti, minacce, umiliazioni, aggressioni, tensione costante. E ogni volta che queste situazioni vengono minimizzate, trattate come problemi di famiglia, si fa un regalo al disastro».

«Questo ragazzo poteva essere fermato prima?», chiede Bruzzone, «se vi era già stata una denuncia, se vi era già stata una segnalazione formale di violenza domestica, allora il sistema avrebbe dovuto essere in grado non solo di registrare il problema, ma di intercettarlo, contenerlo, monitorarlo. Proteggere chi viveva accanto a lui e, forse, anche lui dalla deriva. Quando una persona diventa stabilmente violenta e fuori controllo, non basta auspicare che si calmi. Non basta aspettare. Serve una presa in carico seria, tempestiva, autorevole. Serve la capacità di leggere i segnali prima che diventino sangue. Serve soprattutto smettere di lasciare le famiglie sole dentro inferni privati che poi esplodono in pubblico, quando ormai non c’è più nulla da salvare se non le macerie».

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