Ortona

Morte di Lorena, il pm: «Si è suicidata perché non ha retto ai lutti e alle accuse di infedeltà»

30 Gennaio 2026

E ancora: «Il marito ha creato l’apparenza di un delitto nel maldestro tentativo di celare il gesto estremo»

CHIETI. «Lorena Paolini si è data la morte plausibilmente minata dal carico emotivo per la perdita della madre e dell’amata suocera nell’arco di breve tempo e non ha retto alle accuse veementi d’infedeltà rivoltele dall’indagato e all’intimazione di lasciare la casa coniugale poco prima del suicidio». È questo il passaggio chiave delle 50 pagine con cui il sostituto procuratore della Repubblica di Chieti Giuseppe Falasca ha chiesto l’archiviazione nei confronti di Andrea Cieri, noto impresario funebre di Ortona, indagato per omicidio volontario aggravato nell’ambito dell’inchiesta sulla morte della moglie di 53 anni.

Un giallo che va avanti dal 18 agosto 2024 e che non si chiuderà per il momento, perché il caso è destinato ad arrivare davanti al giudice per le indagini preliminari dopo la scontata opposizione che sarà presentata da Silvana Paolini, la sorella di Lorena, la quale non ha mai creduto alla tesi del gesto estremo. Gli atti non raccontano la storia di un femminicidio, come si era ipotizzato per mesi, ma delineano i contorni di una tragedia in cui il dolore si mescola alla vergogna sociale, e dove la gestione della morte diventa, per paradosso, il motore di un equivoco giudiziario.

Il magistrato costruisce l’argomentazione attorno a un ribaltamento della logica criminale consueta. «La casistica giudiziaria», è la premessa del pubblico ministero, «è ricca di episodi in cui l’autore di un delitto dissimula l’accaduto celandolo dietro l’apparenza del suicidio. In questa vicenda, invece, sia pure in modo del tutto involontario e per assecondare un mal riposto senso di disdoro per un suicidio avvenuto in casa, Andrea Cieri, con la cooperazione del fratello Giuseppe, ha finito per creare l’apparenza dell’uxoricidio per strangolamento di Lorena nel maldestro tentativo di dissimulare il gesto anticonservativo della donna».

Non un assassino che finge un suicidio per scampare all’ergastolo, dunque, ma un marito che finge una morte naturale per scampare al giudizio della comunità. La svolta investigativa che ha permesso di ricostruire questa dinamica è arrivata solo dopo mesi di depistaggi e reticenze. Dopo la prima versione della menzogna del malore, l’indagato ha cambiato registro in un interrogatorio del 4 novembre 2024, quando ha ammesso che, una volta tornato a casa, ha visto la moglie in veranda legata al collo con una corda assicurata al lampadario.

La scena descritta agli inquirenti è drammatica e caotica. Mentre la afferrava per le pieghe delle ginocchia, in modo tale da interrompere la sospensione, l’uomo racconta di aver chiamato a gran voce una delle figlie che ancora dormiva nella propria camera da letto. La ragazza è accorsa e lo ha aiutato a sciogliere il nodo della corda. È in quei minuti concitati che la priorità della famiglia Cieri sembra spostarsi dalla salvezza di Lorena alla salvaguardia dell’immagine familiare. L’uomo ha portato la moglie, ormai senza vita, dentro l’abitazione e l’ha adagiata sul divano, prima di chiedere i soccorsi del 118.

Quando medico e infermiere entrano in casa, la scena è già stata alterata, ma mancano ancora gli ultimi dettagli per rendere credibile la finzione del malore. Mentre gli operatori sanitari cercavano una corda nelle immediate vicinanze del divano, Andrea ha fatto un cenno al fratello Giuseppe, come per comunicargli che altrove si trovava la spiegazione del presunto malore. È un passaggio di consegne silenzioso, un’intesa tra fratelli che si consuma in pochi istanti sotto gli occhi di soccorritori e investigatori. Così Giuseppe, compreso che doveva recarsi fuori, ha raggiunto lo sgabuzzino, dove ben pensava di sciogliere il nodo del lampadario, per poi occultare la corda tra la camicia e i pantaloni e uscire dall’appartamento affollato di operatori sanitari del 118 e dai carabinieri. Subito dopo, Giuseppe si è recato nella casa funeraria di famiglia, dove ha buttato la corda nella spazzatura.

La distruzione della prova del suicidio diventa l’atto che paradossalmente inguaia Andrea. La versione «finalmente» fornita dall’indagato, dal fratello e dalla figlia ha trovato conferme, per la procura, negli accertamenti svolti dai carabinieri e nelle consulenze dell’ingegnere informatico Davide Ortolano e del medico legale Cristian D’Ovidio.

«Si può dire», conclude il pubblico ministero, «che l’ipotesi dell’omicidio è frutto tutta dell’ostinata determinazione dell’indagato, avallata dal fratello Giuseppe, di celare il suicidio della moglie dietro una morte per malore, evento certamente meno stigmatizzante in una piccola cittadina come Ortona dove erano ben in vista. Questa versione neutra doveva spegnere sul nascere ogni commento, ogni speculazione, ogni pettegolezzo in una comunità dove tutti conoscevano la famiglia Cieri, comprese le vicissitudini sentimentali della coppia. In tale chiave si deve anche leggere l’assurda collaborazione di Giuseppe Cieri, certamente una condotta irrazionale che ha inizialmente accreditato l’ipotesi omicidiaria ma che era certamente volta a celare l’intollerabile onta del suicidio in casa Cieri, ancora più intollerabile se indotto, sia pure involontariamente, dalle veementi accuse e intimazioni dell’indagato rivolte alla moglie poco prima di quel gesto estremo».

Le parole del magistrato illuminano il contesto sociale in cui è maturata la decisione di mentire. La paura del “pettegolezzo” in una realtà di provincia ha pesato più di tutto. E anche per il fratello Giuseppe e la figlia, inizialmente indagati per falsa informazione al pm, è stata chiesta l’archiviazione, visto che hanno ritrattato le dichiarazioni iniziali.

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