Saldi, è crisi tra i negozianti: «Qui vendere è impossibile»

A Chieti pessimismo tra le attività: «Senza parcheggi e clienti siamo destinati alla chiusura»
CHIETI. «Siamo condannati alla chiusura, qui il commercio non esiste più». I motivi floreali delle facciate liberty su Corso Marrucino provano a camuffare lo sconforto dei suoi commercianti: è il volto antico di una città che conserva la fierezza del passato, ricordando la vivacità di un centro storico che oggi trova movimento soltanto nelle linee sinuose delle sue insegne. Vecchie farmacie con finestroni a bovindo che brillano di verde smeraldo, grandi vetrine che esibiscono eleganti cappelli a cilindro, nomi di attività che risuonano come istituzioni venerande per i teatini delle passate generazioni. Per loro, oggi è il giorno in cui cade sulla testa del commercio la mannaia dei saldi: «Che senso ha», si chiede la proprietaria di un negozio di borse, «aspettare il Natale per l’incasso se prima delle feste c’è il Black Friday e subito dopo i saldi? È una festa che, per noi, non significa più nulla». Suo padre aprì il primo negozio nel 1978, ma dopo quasi cinquant’anni si sono infittite le nubi all’orizzonte: meno clienti, sempre più anziani, ma più spese da sostenere e affitti «troppo alti», come lamentano molti dei commercianti della zona fiaccati dalle promozioni eterne dell’e-commerce, tallonati da pagamenti inderogabili: i fornitori, la luce, la tari, gli stipendi dei dipendenti.
LA FINE DI UN’EPOCA
Sotto i portici del corso, le quattro lettere di “Ribò” significano alta moda. È così dalla fine degli anni ’70, quando il suo proprietario, Antonio Cieri, decise di infilarsi nel commercio teatino con la moglie Rita incalzando l’offerta del fashion retail con il gusto che ancora abbellisce la sua vetrina di cristalli e ferro battuto. Un pezzo d’epoca che ancora colpisce, come la giacca che ha indosso: «Ce l’ho da vent’anni, è bellissima. Questo cappotto invece», spiega mentre rovista tra gli scaffali della sua boutique, «ha quindici anni e lo metto ancora». Un gancio per dire: «Oggi nessuno bada più alla qualità dei vestiti, nessuno legge i cartellini e controlla la provenienza di ciò che compra. Così un vestito può essere fatto nei bassifondi del Pakistan, con materiali cancerogeni, riempendo il mondo di tonnellate di immondizia. Che importa? I clienti badano solo al prezzo, all’offerta». Ecco perché anche per Cieri quella dei saldi è la musica di un requiem per la città che fu: quell’epoca in cui, ricorda, «il commercio a Chieti era una questione seria. I saldi si facevano a febbraio e per l’estate ad agosto passato, badando alla qualità dei tessuti, all’originalità del capo. La politica di oggi è spendere poco, siamo ossessionati dal risparmio senza capire cosa compriamo». Fuori, una calda giornata di sole non è bastata a stimolare il passeggio, mentre sul corso ci sono ancora le bancarelle di Natale tutte addobbate: dietro i piccoli banconi in legno, i venditori ambulanti si dicono soddisfatti dell’incasso, anche se lo spirito lungo il corso è sfibrato al punto che nemmeno i commercianti provano più a esaltare la propria merce, sono immobili in uno spazio in cui delle feste è rimasto lo strascico della nostalgia. «Sembra che questa strada», spiega Cieri guardando il corso, «non porti più da nessuna parte. Una volta questo era lo snodo che conduceva alla Banca d’Italia, ai presidi militari, all’ospedale, alla Cassa di risparmio, alle edicole e ai punti di ritrovo degli studenti. Tutto questo oggi non c’è più».
IL DILEMMA VIABILITA’
Mentre cambiano le abitudini della clientela, muta anche il volto delle strade. Si sommano i cantieri che promettono di dare nuova forma al saliscendi del colle e per i commercianti del centro piove sul bagnato: «Oltre ai parcheggi inesistenti, ormai da tanti anni», spiega Alessandra, proprietaria di uno storico negozio di abbigliamento sportivo sul Corso, «sono arrivati i cantieri disseminati ovunque – da piazza Garibaldi a Trinità – che ci hanno letteralmente massacrati. Sono anni che non facciamo altro che perdere soldi e sappiamo che non c’è modo per riuscire a recuperarli, a tamponare questa ferita. Così non riusciamo ad andare avanti e siamo condannati a morire». Per le attività della zona si tratta di un dilemma che paralizza la città, quindi il commercio: «Ormai sanno tutti», prosegue, «che qui non c’è modo di parcheggiare, che raggiungere il centro storico è quasi impossibile. Da fuori non viene più nessuno, rinunciano tutti in partenza». Altrove sulla strada che conduce a piazza San Giustino, le uniche voci quiete sono quelle delle saracinesche abbassate e tutt’intorno, a impreziosire i nomi delle piccole botteghe, i contorni irregolari delle targhe che annunciano la vendita di gioielli, pellicce e cappotti, la luce che rimbalza sui metalli smaltati, le vetrate opache su cui il passato diventa una chimera.

