Targa ai daspati, il sindaco Ferrara non parla: «Al massimo scriveranno di “silenzio imbarazzato”»

La strategia nelle chat riservate del primo cittadino di Chieti. L’evento presentato nella sua stanza: il Comune sapeva del premio alla Curva Volpi
CHIETI. Diego Ferrara è un sindaco dallo sguardo lungo, capace di abbracciare con un solo post su Facebook gli scenari più complessi della politica internazionale. È un osservatore attento delle dinamiche globali, sempre pronto a dire la sua con grande acume. Eppure, per uno strano paradosso, sembra avere qualche difficoltà a mettere a fuoco ciò che accade davanti ai suoi occhi, nel cortile di casa. Anzi, per essere più precisi, nella sua stessa stanza. E non stiamo parlando di metafore o di figure retoriche, ma del suo ufficio in Comune.
È proprio lì, dove amministra la cosa pubblica teatina, che è stata presentata ufficialmente la festa provinciale dello sport organizzata dal Coni. Quella stessa festa che poi, tra un applauso e l’altro, ha visto consegnare un premio alla Curva Volpi del Chieti calcio. Un riconoscimento finito nelle mani di sei rappresentanti, tra i quali spiccavano quattro ultrà colpiti da Daspo. Persone a cui la legge vieta di avvicinarsi agli stadi per periodi compresi tra i due e i nove anni, ma a cui le istituzioni locali hanno permesso di salire sul palco per ricevere una targa in segno di gratitudine.
Il giorno della presentazione, va detto, il sindaco non c’era. A fare gli onori di casa ci ha pensato l’assessore allo sport Manuel Pantalone, che ha poi presenziato anche alla cerimonia vera e propria, venerdì scorso, all’auditorium di Lettere dell’università d’Annunzio. E non era solo: in rappresentanza del municipio c’era anche l’assessora Chiara Zappalorto. Dunque, l’amministrazione era presente, visibile e coinvolta. Eppure, di fronte allo spettacolo di tifosi ritenuti violenti dal questore che vengono pubblicamente applauditi, anche davanti ai bambini delle scuole, la politica di Chieti ha avuto una reazione compatta e trasversale: il silenzio assoluto.
Non un comunicato, non una nota di dissenso, non un post indignato. Niente da destra, niente da sinistra, niente dal centro. È una paralisi che si spiega facilmente guardando il calendario: siamo in piena campagna elettorale. E in tempi di caccia al voto, i politici teatini di ogni ordine e grado sembrano aver deciso che sacrificare sull’altare del consenso qualche principio di lealtà, correttezza e legalità sia un prezzo accettabile. Sono gli stessi valori di cui, verosimilmente, parleranno per settimane nei comizi che stanno per arrivare nelle piazze, ma che al momento risultano scomodi da maneggiare. Il sindaco Ferrara, in questo scenario, non fa eccezione. Non prende mezza posizione pubblica, non condanna, non commenta. Ma il suo silenzio non è frutto di disattenzione o di mancanza di tempo.
È una strategia lucida, teorizzata e condivisa nelle chat riservate della maggioranza. E via smartphone ha lanciato l’ordine di scuderia ai suoi fedelissimi. A chi, ieri mattina, chiedeva lumi sul perché non fosse intervenuto per prendere le distanze da quella premiazione imbarazzante, il primo cittadino ha risposto con pragmatismo. Il senso del suo ragionamento è cristallino: «Aspettiamo gli sviluppi di questa storia, è meglio temporeggiare, forse la vicenda potrebbe fermarsi qui a livello mediatico». La priorità non è la tutela dell’istituzione o il messaggio educativo che passa alla città, ma la gestione del danno d’immagine. Ferrara dimostra di aver fatto i conti con la calcolatrice del consenso: «Al massimo il nostro mancato intervento potrebbe essere descritto come “imbarazzato silenzio”».
Il riferimento è diretto all’articolo pubblicato ieri dal Centro che sottolineava l’assenza di reazioni. Il sindaco lo ha letto, lo ha pesato e sembra aver deciso che l’etichetta di «imbarazzato silenzio» è un male minore rispetto al rischio di alienarsi le simpatie di una parte della tifoseria. Nelle conversazioni con i suoi, Ferrara non esita a scaricare le responsabilità, ponendo l’accento sulle gaffe del delegato del Coni Massimiliano Milozzi e sperando che la tempesta passi senza bagnare chi sta al riparo nel palazzo.
La vicenda di Chieti diventa così un piccolo manuale di sopravvivenza politica in provincia. Lezione numero uno: se succede un disastro istituzionale, fai finta di niente. Lezione numero due: se i giornali ne parlano, aspetta che smettano. Lezione numero tre: se proprio devi dire qualcosa, dillo in una chat privata e dai la colpa a qualcun altro. Il risultato è che la città assiste a uno spettacolo surreale, dove l’unica cosa che fa più rumore degli applausi agli ultrà daspati è il silenzio assordante di chi la governa.
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