Gio Evan a Pescara, l’intervista: «La chiesa dell’artista è il teatro»

L’appuntamento con lo scrittore, poeta, cantautore e performer pugliese è per questa sera al Massimo dalle ore 21. Organizza Best Eventi
PESCARA. L’ascolto, l’armonia, la volontà di creare ponti e abbattere i muri. È l’anima di “L’affine del mondo”, il nuovo spettacolo di Gio Evan - al secolo Giovanni Giancaspro - che sarà di scena anche a Pescara. L’appuntamento è per questa sera al teatro Massimo dalle ore 21 (organizzazione Best Eventi). Scrittore, poeta, cantautore, performer. È un artista dalle mille sfaccettature, Gio Evan. Nel nuovo show mescola poesia, fisica quantistica, musica, comicità, proponendo un nuovo modo di concepire la vita e le relazioni. Al centro di tutto, l’importanza della connessione tra esseri umani. È proprio da un incontro, fatto nel corso di uno dei suoi numerosissimi viaggi, che nasce il suo nome d’arte: a ribattezzarlo Gio Evan è stato un Hopi, in Argentina, in riferimento a Giovanni Evangelista.
«Mi piace il teatro perché è il luogo dove noi artisti possiamo seguire la nostra messa. È il nostro tempio. La chiesa dell’artista è il teatro», racconta al Centro l’artista pugliese. «Il sacerdote sceglie le omelie giuste, i salmi giusti, le letture giuste e solo dopo si reca a dire messa, io faccio lo stesso, ma la mia spiritualità si rivolge al teatro. Non siamo così diversi, artisti e sacerdoti. Fin da piccolo, l’ho sempre visto così: quando andavo a teatro con mio padre e mia madre ci vestivamo bene, esattamente come quando si va in chiesa, bisognava fare silenzio, esattamente come in chiesa; e c’è attenzione al palco, che diventa un altare».
“L’affine del mondo”, la fine del mondo. Un gioco di parole per indicare in realtà un inizio, un principio?
«Ha colto veramente il messaggio. Mi interessava lavorare sull’affinità, quel metro che abbiamo per iniziare a considerare l’altro, a sperimentare la fiducia e il principio di conoscenza. Ci avviciniamo a una persona e riusciamo a instaurare un piccolo rapporto, un piccolo approccio, solo se combaciamo di affinità. Era proprio il metro di cui avevo bisogno per parlare di inizio del mondo».
Con le sue parole crea ponti. Quanto è difficile trovare affinità nel mondo di oggi, in cui c’è invece la tendenza a costruire muri?
«È un po’ tutto un gioco di conseguenze, quello di essere anche di natura cinici per istinto di sopravvivenza, scettici all’approccio. Questo è veramente primitivo: valutare prima se chi ha davanti è un pericolo, una persona amichevole o una risorsa. È anche vero che c’è un grande terrorismo psicologico fuori dalle nostre mura, dalle nostre strade, notizie che ci seppelliscono le gioie, ed è facile adesso uscire e avere pronto un pregiudizio, una diffidenza, un notevole distacco. Questo sicuramente peggiora poi tutto, quindi, a maggior ragione, è nostro compito abbattere determinati muri (la non accettazione della diversità, pregiudizi, stereotipi), rendere deboli le strutture del giudizio umano».
Come sarà lo spettacolo?
«Si articola in quattro atti narrati, intervallati dalla musica, con la band e, in particolare, le canzoni del disco nuovo. Mi interessa cambiare il “modo”. Sogniamo sempre un mondo migliore, invece bisognerebbe lavorare sul modo: il nostro modo di interagire, di fermarsi, di sostenersi. Mi piace l’idea di fare da ponte tra spiritualità e poetica, tra poetica e scienza. Ho un estremo bisogno di sentire che le cose siano unite. Odio chi per natura stacca, distacca e allontana».
Tra i brani proposti ci sarà “Turno di notte”, un invito a vivere intensamente. Una canzone dedicata a sua madre, in cui affronta il tema della perdita…
«È una parte forte anche della struttura dello spettacolo: praticare la bellezza, la saggezza e la luce che ci sono dentro il verbo “perdere”. Non siamo educati a perdere, anzi: l’Occidente si basa sulla conquista, sull’ottenere, sull’avere, sulla possessione; perdere è un verbo un po’ più orientale, a me piace tanto, fa parte del percorso che sto vivendo. Sono molto fan del “lasciar perdere”: la ricchezza è di quante cose riesci fare a meno, quando non hai bisogno di niente perché dentro di te c’è la pienezza. Se devi prendere da fuori per avere una stabilità psicofisica ed emotiva, significa che dentro la struttura è molto esile».
Ha viaggiato molto. C’è un luogo che sente appartenerle di più?
«Sono una persona che difficilmente si sente a casa, anche a casa mia mi sento sempre ospite. Vivo pensando che niente è veramente mio e che sono di passaggio. Ci sono luoghi che mi hanno guarito, questo sì, ma non luoghi che mi hanno fatto dire: “Sono arrivato!”, anzi. In Brasile e in Ecuador, ma anche in Argentina, in India, in Thailandia ho trovato affinità, a proposito di affinità».
Lei è nato in viaggio. Pensa che questo possa aver influenzato il suo modo di guardare il mondo?
«Sicuramente sì. Credo nei simboli, nei segnali, ne ho fatto la base della mia vita. Fino ai 7 anni siamo delle grandi spugne, tutto quello che viviamo in famiglia farà parte sicuramente del nostro inconscio. Io, nel primo impatto con la vita, ho avuto almeno sette traslochi... penso che faccia parte di me l’accettare di non essere nato con delle radici».
@RIPRODUZIONE RISERVATA

