25 aprile, il nipote di Gilberto Malvestuto: «Era mio nonno, il patriota che dava lezioni ai giovani»

L’intervista al giovane: «La sua arma? Una Olivetti grigia: le parole nate da quei tasti hanno continuato a combattere il fascismo. Per noi la festa della Liberazione è è come il Natale»
SULMONA. In casa Malvestuto non è una festa come le altre, la festa della Liberazione è come il Natale. E in questo quarto 25 aprile senza il patriota Gilberto Malvestuto, ultimo ufficiale della Brigata Maiella, scomparso nel 2023 all’età di 102 anni, eroico simbolo della resistenza abruzzese, c’è chi indossa la divisa del narratore, in un mondo dove c’è una guerra mondiale a pezzi, per usare le parole di Papa Francesco. Questo soldato della memoria si chiama Daniele Di Mascio, nipote di Gilberto, 37 anni, che oggi può essere considerato l’erede di quella resistenza di cui suo nonno si è fatto bandiera.
Com’era il 25 aprile a casa di nonno Gilberto?
«Una festa. A casa nostra il 25 aprile è da sempre come il Natale o la Pasqua, come quei giorni in cui da piccolo sai che si farà qualcosa e per il quale, da grande, prendi un giorno di ferie. Anzi, a casa nostra quell’atmosfera di festa durava una settimana intera: iniziava il 17 aprile, con il compleanno di nonno, proseguiva con il Sentiero della Libertà e terminava il 25 aprile, con le celebrazioni ufficiali organizzate dalle varie istituzioni».
Parla con enfasi e chiude gli occhi? C’è un motivo?
«Perché così riesco ancora a provare quell’emozione genuina delle prime volte in cui ascoltavo mio nonno dal palco di piazza XX Settembre o davanti al monumento ai Caduti di piazza Tresca a Sulmona. Lo guardavo con orgoglio, pensando di essere uno dei pochi bambini con il privilegio di avere in casa il proprio supereroe preferito. E guardavo con orgoglio ed emozione anche i suoi compagni, con il fazzoletto tricolore al collo, la schiena dritta e lo sguardo fiero di chi sa di essere stato dalla parte giusta della storia».
Quali ricordi ha di quei discorsi?
«Nonno aveva sempre parole ponderate, dette sempre al posto giusto; parole che sapevano trasformarsi anche in accuse veementi se, per appartenenza a certe correnti politiche, le istituzioni dimenticavano o fingevano di dimenticare che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sull’antifascismo. È arrivato un altro 25 aprile senza nonno e la malinconia, non lo nego, è tanta. Nonno però mi avrebbe detto che non c’è tempo per la tristezza».
Spieghi?
«Sì, diceva così perché per lui ci sono sempre ideali da difendere e da portare avanti. E ci sono istinti maligni da soffocare, come i recenti attacchi revisionisti perpetrati anche da alte cariche dello Stato. Oggi nonno mi mancherà, ma il 25 aprile è una giornata di festa, qualunque cosa accada».
Continui a tenere gli occhi chiusi: qual è il primo ricordo di nonno Gilberto?
«È stato sin da subito un esempio di vita. Me lo ricordo in piazza Carlo Tresca e in piazza XX Settembre, alle cerimonia dove partecipavo sin da bambino. Ettore Troilo una volta scrisse: la libertà è ovunque ci sia un uomo che ragiona con la propria testa. Queste parole mi ha insegnato nonno. Mi ha insegnato a combattere il fascismo studiando, informandomi e ragionando con la mia testa, perché l’ignoranza è terreno fertile per gli estremismi».
E che cosa avrebbe detto suo nonno Gilberto di questi estremismi che riaffiorano, non solo in Italia?
«Nonno sapeva che la Resistenza aveva sconfitto definitivamente la dittatura, ma non gli ideali fascisti. Il fascismo c’è ancora oggi ed è travestito da sovranismo populista, alimenta la violenza politica, rifiuta l’accoglienza dei migranti, nega diritti fondamentali su sessualità e identità di genere, assalta i sindacati, smantella la cosa pubblica in favore del profitto di pochi privati, dimentica le classi meno abbienti, esarcebando le già gravose disuguaglianze sociali ed economiche. Non è il fascismo dell’olio di ricino o degli squadristi, oggi il fascismo è più subdolo, ma si ritrova ogni qual volta un diritto viene negato con la forza e l’arroganza nel potere. È lì, nelle crepe della nostra democrazia traballante, che si insinuano i rischi del revisionismo, della xenofobia, dei fascismi ed è lì che noi eredi morali dei valori della resistenza dobbiamo farci trovare pronti a far sì che l’antifascismo non sia un vezzo da salotto intellettuale, ma una necessità, un bisogno di tutti».
Che cosa si fa per conservare la memoria del partigiano Gilberto e dei suoi compagni?
«Da qualche anno si celebra il premio dedicato a nonno. Il senso di questo premio si può racchiudere nelle parole pronunciate da Caio Tito al senato romano più di duemila anni fa e ancora oggi tremendamente attuali: scripta manent. Lo sapeva anche nonno, d’altronde: dopo quel mitra che fu costretto a imbracciare controvoglia ottanta anni fa, per anni si è affidato a un’arma ben più nobile per continuare la sua battaglia, una Olivetti grigia che oggi guardo con tanta malinconia, un po’ impolverata, nella sua casa ormai disabitata. Le parole nate da quei tasti, sempre ponderate, avevano soltanto un obiettivo: continuare a combattere il fascismo anche e soprattutto dopo l’esperienza partigiana. Nonno, alla stregua del suo comandante Troilo, aveva ben capito che il modo migliore per soffocare questi istinti sinistri era parlare a quelle sue amate nuove generazioni nelle quali credeva fermamente e riponeva tutte le sue speranze. Da quando la sua voce si è spenta, il senso del premio è tutto qui. Continuare ad ascoltare alle sue parole reinterpretate e riscritte dalle ragazze e dai ragazzi di oggi, con un lessico nuovo per esprimere un concetto immutato nel tempo: la lotta al fascismo continua. Non a caso nonno entrava nelle scuole con entusiasmo perché, come ripeteva, la libertà non è garantita una volta per tutte e proprio tra i banchi nasce la capacità di riconoscere l’ingiustizia, il linguaggio dell’odio, le semplificazioni pericolose. Per lui gli studenti non erano spettatori della storia, ma i custodi del suo seguito. La scuola è proprio il luogo in cui si trasformano gli errori in consapevolezza, dove si insegna che i diritti non sono slogan ma conquiste costate vite umane. Ogni qual volta un insegnante aiuta uno studente a ragionare con la propria testa, a verificare le fonti, a rispettare le differenze, lì sua eredità è viva. La Resistenza, oggi, passa da lì».
Cosa avrebbe detto delle ultime, nuove guerre?
«Ripudiava la guerra, ripudiava le armi, amava la nostra Costituzione. Nonno è stato fermamente convinto che la vera difesa dei valori democratici nati dalla lotta di Liberazione non fosse la memoria rituale, ma la coscienza critica dei giovani. Per questo credo molto in questo premio che investe e impegna le ragazze e i ragazzi di oggi in prima persona».
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