Il direttore del Parco: «Lupi avvelenati e uccisi, è un modo di fare mafioso»

Sammarone: «I danni agli allevatori? Noi paghiamo. Nell’84% dei casi rimborsiamo le perdite in 60-90 giorni. Intollerabile prendersela con gli animali»
ALFEDENA. «Questo modo di fare è un modo di fare mafioso. È uno schiaffo a mano aperta in faccia a un territorio che è contrario a questa logica». Ormai, sono passati 5 giorni dal ritrovamento dei 10 lupi uccisi con il veleno ad Alfedena e Pescasseroli, la notizia della strage dei lupi nel Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise ha fatto il giro d’Italia e la Procura di Sulmona ha aperto la caccia all’avvelenatore anche se «è come cercare un ago in un pagliaio». Il direttore del Pnalm, Luciano Sammarone, non si dà pace: «È intollerabile: le eventuali questioni degli uomini non le devono pagare gli animali. Il lupo fa semplicemente il lupo». E poi: «Se proprio qualcuno è contro il Parco nazionale, allora, vada dal ministro e faccia rimuovere il direttore per esempio, ma lasci perdere gli animali».
Direttore, a mente fredda, è più dispiaciuto o arrabbiato?
«Sono arrabbiato. In questi giorni si legge di tutto».
Per esempio?
«Tipo “poveri allevatori”. Io non so se sia stato un allevatore, ma posso testimoniare che la grandissima parte degli allevatori sono persone perbene che mai farebbero un’operazione del genere. Molti mi hanno chiamato per dirmi: “Noi stiamo dalla stessa parte”. La vicenda è molto triste perché sono morti 10 lupi in una maniera terribile: avvelenati con uno strumento che è quanto di più vigliacco e meno selettivo possa esserci. Chiunque sia il responsabile, anche un folle, non si capisce perché debba prendersela con i lupi, soprattutto con uno strumento pericolosissimo che ammazza tutto».
Ha paura per gli orsi?
«A Pescasseroli è morta anche una volpe; la preoccupazione grande è per l’orso, dato che in entrambe le aree sono presenti degli esemplari».
Secondo lei, può essere stata una vendetta per gli animali da allevamento sbranati?
«Siamo l’unico Parco nazionale in Italia che paga i danni da orso e da lupo anche fuori dai propri confini, nell’area contigua che è vasta una volta e mezza il Parco stesso, 800 chilometri quadrati. E lo facciamo entro 60-90 giorni. Se uno vuole lamentarsi perché non gli hanno pagato i danni, non può farlo con noi che siamo gli unici a pagare. Nell’84% dei casi paghiamo i danni: meno di una domanda su 5 viene esclusa e le domande sono respinte solo se non si trovano resti – perché devo rispondere alla legge visto che in ballo ci sono i soldi di tutti – o se l’allevatore non è in regola».
E quanto rimborsate agli allevatori danneggiati?
«Per un vitello di pochi giorni arriviamo a pagare anche 1.100 euro. Certo, non stiamo regalando nulla: lo prevede la norma ed è frutto di un percorso condiviso con i servizi veterinari e le associazioni di categoria».
Lei conosce quei luoghi di montagna: ma c’è davvero possibilità di trovare il responsabile degli avvelenamenti?
«Stiamo cercando un ago in un pagliaio. La Procura sta lavorando tantissimo con i carabinieri forestali e i nostri nuclei cinofili antiveleno sono sul campo da dieci giorni».
C’è un ma in questa frase?
«Sì, ma individuare l’autore non è semplice: in montagna non ci sono le telecamere come in centro città. Ad Alfedena abbiamo trovato un sacco con resti di carne; a Pescasseroli l’evidenza è minore. L’Istituto zooprofilattico deve analizzare circa 80 principi attivi: le sostanze utilizzate possono essere tantissime. E poi bisogna sempre trovare e dimostrare un collegamento».
Come avete trovato i lupi uccisi?
«Per quanto riguarda gli ultimi ritrovamenti ad Alfedena, è stata una pattuglia di guardiaparco in servizio nella zona a individuare il primo esemplare. Immediatamente abbiamo attivato i nostri cani antiveleno, che hanno iniziato a setacciare l’area: è grazie a loro che abbiamo trovato gli altri quattro lupi e un sacco contenente i resti alimentari contaminati. Abbiamo proseguito le perlustrazioni per giorni e, fortunatamente, non è emerso altro. A Pescasseroli, invece, i ritrovamenti sono avvenuti a distanza di più giorni, in parte su segnalazione e in parte grazie alla nostra presenza costante sul territorio».
Cosa ha provato quando le hanno riferito del primo ritrovamento?
«La prima reazione è stata di profondo sconforto: sai che sono morti degli animali in modo atroce e senza motivo. Subito dopo, però, subentra il terrore che a quelle morti se ne possano aggiungere altre. È per questo che il nostro nucleo cinofilo è operativo da dieci giorni senza sosta; prima su un’area, poi su due. Si vive male, con l’angoscia costante di poter ricevere altre brutte notizie da un momento all’altro».
Quando avrete certezze sulla sostanza utilizzata?
«Siamo in attesa. Probabilmente, i primi esiti arriveranno a breve, ma bisogna capire che l’Istituto zooprofilattico non ha la bacchetta magica. Esistono dei tempi tecnici imprescindibili: le analisi di laboratorio richiedono reazioni chimiche che hanno una durata prestabilita e, per quanto si possa correre, quei tempi vanno rispettati per avere risultati certi e inattaccabili».
Ma in fin dei conti cosa si può fare per evitare episodi del genere?
«Il nodo della questione è uno: abbiamo o non abbiamo la competenza per agire? Ci troviamo nel mezzo di un gioco al massacro. Il Parco viene puntualmente chiamato in causa ogni volta che accade qualcosa di negativo, ma ci viene negata la possibilità di stabilire regole quando proviamo a fare prevenzione. L’esempio dell’orsa Amarena a Villalago è emblematico».
Sarebbe?
«Mentre cercavamo di proteggerla riducendo la pressione asfissiante di turisti e fotografi, ci è stato risposto seccamente che lì non avevamo alcuna competenza. Se non abbiamo il potere di dire a una persona di allontanarsi, come possiamo pensare di contrastare efficacemente fenomeni ben più gravi in quelle stesse zone?».
È una contraddizione?
«Veniamo tirati per la giacchetta per rispondere di ogni criticità, ma non appena proviamo a chiedere – non dico imporre, ma anche solo chiedere – delle regole, ci viene ricordato che “quella non è zona nostra”. Allora la domanda resta: siamo o non siamo titolari di un’azione? Se l’Ente Parco deve rispondere delle conseguenze, allora qualcuno deve avere il coraggio di darci anche gli strumenti legali e la titolarità per intervenire. Altrimenti, è solo puntare il dito contro il primo bersaglio utile».
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