Il fratello di Mariella: «L’avevamo già cercata anche vicino a Collemaggio, in quei luoghi è facile perdersi»

Mariella Zaccagna
La 43enne è sparita per tre giorni prima di essere rintracciata: «Nessun segnale che faccia pensare al coinvolgimento di terzi, solo un momento di smarrimento»
L’AQUILA. Ci era già stato. Aveva camminato tra quegli spazi, chiamandola, cercandola ovunque. Tre giorni lunghi, segnati da notti senza sonno e da un’angoscia che non lascia tregua. Mariella Zaccagna, 43 anni, era scomparsa il primo maggio. E suo fratello Luca l’aveva cercata anche lì, a CaseMatte, a Collemaggio. Senza trovarla. E invece Mariella era proprio lì.
In un luogo dove è facile non essere visti, dove il silenzio copre tutto. A ritrovarla, lunedì, sono stati i volontari e gli uomini della Protezione Civile, colleghi dello stesso Luca. Una vicenda che si chiude con un sospiro di sollievo, ma che lascia aperto l’interrogativo sul destino di luoghi che rischiano di diventare invisibili quanto chi li attraversa.
Luca, come sta oggi Mariella?
«Sta meglio, molto meglio. È provata, questo sì, ma le condizioni sono buone e la cosa più importante è che sia tornata. Dopo giorni così lunghi, così pesanti, poter dire che sta bene è già tutto. Adesso serve solo tempo, tranquillità, e un po’ di serenità per rimettere insieme i pezzi».
Cosa è accaduto in quei giorni? Lei cosa ricorda?
«Non c’è ancora un ricordo chiaro, lineare. Ci sono dei flash, immagini sparse che ogni tanto riaffiorano. Stiamo cercando di rimetterle insieme, ma è un percorso lento. Anche perché c’è stato un problema di disidratazione, ha mangiato poco, quindi è normale che la memoria sia confusa. Già qualcosa in più è venuto fuori, speriamo che nei prossimi giorni riesca a ricostruire meglio».
Avete temuto che potesse esserci il coinvolgimento di qualcuno?
«All’inizio, quando non sai dove sia una persona, pensi a tutto, inevitabilmente. Però per quello che lei stessa ricorda, e per gli elementi che abbiamo, non ci sono segnali che facciano pensare a qualcuno che l’abbia portata via o che le abbia fatto del male. È stato più un momento di smarrimento personale, un allontanamento nato da una difficoltà interiore».
Uno smarrimento legato anche a una fragilità?
«Sì, credo di sì. Mia sorella ha vissuto dei lutti importanti, la perdita dei nostri genitori. Anche se sono passati anni, sono cose che ognuno si porta dentro a modo suo. Non esiste un tempo giusto per elaborare certe perdite. A volte restano lì, e magari in momenti particolari riaffiorano».
Come è arrivata proprio lì, a CaseMatte?
«Probabilmente aveva bisogno di stare da sola. Dopo un momento di sconforto ha scelto di isolarsi, può capitare a chiunque. Solo che invece di tornare a casa, ha continuato ad allontanarsi. E poi, in posti come quello, è facile perdersi».
Lei l’ha cercata anche in quella zona…
«Sì, ci sono stato. Ci siamo passati più volte, anche con altri. E questa è la cosa che fa più effetto a pensarci adesso: era lì, ma non l’abbiamo vista. Però in posti così è facile che capiti… se una persona non vuole farsi trovare, o semplicemente si nasconde, riesce a diventare invisibile. Lì senti ogni rumore, quindi è facile anche evitare di essere scoperti».
Che tipo di luogo è quello dove è stata ritrovata?
«È una zona complessa. Ci sono strutture abbandonate, altre che in qualche modo sono ancora utilizzabili. Ho visto sacchi a pelo, cuscini… segni che qualcuno si ferma lì. Proprio per questo diventano rifugi improvvisati, dove puoi stare senza essere visto».
Chi l’ha trovata?
«I miei colleghi della Protezione Civile insieme ad alcuni volontari. Hanno fatto un lavoro davvero importante. Hanno insistito, hanno avuto l’attenzione di cogliere un dettaglio, un rumore, qualcosa che magari altri non avevano notato. E alla fine l’hanno trovata. Per me, sapere che sono stati loro, persone che conosco, ha un valore ancora più forte».
Che momento è stato per lei?
«È difficile da spiegare. Erano giorni che non dormivamo, che giravamo, che cercavamo ovunque. Quando è arrivata la notizia il cuore mi batteva talmente forte che credevo di avere un infarto. Sono quei momenti che ti restano addosso».
Cosa insegna questa vicenda?
«Che le fragilità esistono e spesso non si vedono. E che ci sono anche luoghi che non dovrebbero essere lasciati così. Perché diventano spazi dove è facile nascondersi, ma anche perdersi».
Vuole lanciare un messaggio finale?
«Sì. Credo che quello che è successo debba far riflettere tutti. Quelle aree non possono restare abbandonate. Devono tornare a essere luoghi curati, sicuri, vissuti. Non è solo un problema estetico: diventa un rischio. La vicenda di mia sorella, che per fortuna si è conclusa bene, ci ricordano quanto sia importante intervenire».
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