Intervista a Francesco Borgonovo: «I social sono la voce del conformismo»

24 Settembre 2026

Il saggista ospite della rassegna aquilana con “I nuovi padroni del pensiero”: «Il sistema ci tratta come bambini ed educa all’intolleranza verso il dissenso»

L’AQUILA

«La libertà di pensiero oggi è minacciata dal conformismo, dai social e da un sistema che ci dice continuamente come dobbiamo comportarci. Il problema non è chi governa, ma l’intolleranza verso chi dissente». Il giornalista Francesco Borgonovo arriva oggi alla rassegna letteraria “L’Aquila Città del libro” per presentare “I nuovi padroni del pensiero”, uscito a luglio, e mette subito le carte in tavola. Nel mirino non c’è soltanto la politica, ma un meccanismo molto più ampio che attraversa media, cultura, social, istituzioni e persino il modo in cui scegliamo di vivere. «Siamo dentro una specie di camera dell’eco in cui ci rimbalzano sempre le stesse opinioni».

Borgonovo, L’Aquila è un territorio che conosce bene la forza del legame con la propria terra e della comunità. Quanto è importante presentare un libro sul senso della vita e della libertà in un luogo con un’identità così forte?

«È importante e anche impegnativo, nei territori che hanno un’identità così forte. Peraltro, è un territorio che la libertà se l’è dovuta guadagnare con grandi sacrifici, negli anni. E questa è proprio la dimostrazione che per la libertà bisogna lottare. La libertà non è solo la libertà politica, le grandi imprese. È anche la libertà quotidiana di vivere serenamente, tranquilli, con la propria famiglia. E L’Aquila ha dovuto lottare anche per queste libertà che davamo per scontate. Quindi sicuramente per me è un grande piacere, oltre che un grande onore, essere qui».

Nel suo libro parla di una “grande menzogna” della società contemporanea e dei “nuovi padroni del pensiero”. Da dove nasce la necessità di mettere a nudo questo meccanismo?

«È il grande problema che noi viviamo da anni, nel conformismo di massa. Esiste un pensiero dominante a cui la grandissima parte dei media, la grandissima parte dell’intrattenimento intellettuale, degli scrittori e, di conseguenza, anche del pubblico, quindi della popolazione, si adegua. La vera difficoltà oggi è riuscire ad avere un pensiero indipendente, perché è osteggiato in mille modi. Da un punto di vista politico-burocratico, perché ci sono leggi, norme, codici sempre più restrittivi sulla libertà di pensiero e di espressione. Ma anche nel senso di una certa pigrizia mentale che ci ha preso un po’ tutti e per cui ci adagiamo sulle opinioni più scontate».

Ma se parliamo di egemonia culturale, non c’è il rischio che, una volta conquistato il potere, i nuovi padroni del pensiero si limitino a sostituire quelli vecchi?

«Infatti io vorrei proprio uscire dalla politica. È una questione di libertà di pensiero che è più importante della politica e va oltre la destra, la sinistra e questi dibattiti di corto respiro. Il punto è che c’è un’intolleranza al dissenso che è diventata trasversale. Ci sono delle parole d’ordine a cui bisogna attenersi. Ci sono a destra, ci sono a sinistra. E il punto non è che si debba pensare tutti allo stesso modo, ma l’esatto contrario: ognuno deve avere le proprie idee, deve poterle difendere, esprimerle».

Anche quando sono idee che consideriamo sbagliate?

«Qualunque idea deve avere cittadinanza. Poi questo non significa che non esistano idee sbagliate. Io sono convinto che le mie siano brillanti, magari in qualche caso sono sbagliate, però se non ho l’occasione di confrontarmi continuerò a vivere come viviamo noi per la maggior parte, in una specie di camera dell’eco in cui ci rimbombano sempre le stesse opinioni. E questo non aiuta la democrazia, non aiuta il vivere civile, non aiuta nemmeno lo sviluppo».

Eppure viviamo nell’epoca dei social, che sulla carta dovrebbero aver moltiplicato le possibilità di esprimersi. Perché secondo lei è accaduto l’esatto contrario?

«Perché i social sono stati venduti come uno strumento di libertà, invece sono l’esatto contrario. La logica dei social è quella del follower, del branco. Le opinioni devono piacere al numero più alto di persone possibile. È la logica della muta di cani che segue l’opinione dominante: uno parte ad attaccare qualcuno e tu ti rivolgi dietro, oppure c’è una frase che viene ripetuta uguale un miliardo di volte».

L’intelligenza artificiale rischia di amplificare questo meccanismo?

«È anche peggio, perché viene istruita sulla base dei nostri dati. Questa volta le prime intelligenze artificiali istruiranno un’altra intelligenza artificiale. Questo alimenta un ciclo vizioso. I social sono il contrario. Detto questo, la responsabilità è nostra».

Nel libro affronta anche la vicenda della famiglia del bosco, lanciata dal nostro giornale. Perché l’ha scelta come esempio?

«Intanto voi avete fatto un ottimo lavoro. Ci avete creduto prima di tutti e più di tutti, probabilmente, e continuate a seguirla quotidianamente. Forse avete fatto quello che dovrebbero fare tutti i giornali locali e regionali legati al territorio».

E cosa rappresenta, secondo lei, il loro caso mediatico?

«È una famiglia con due genitori che amano i loro figli e hanno dedicato a questi figli, a proposito di social, molto più tempo di quanto una normale famiglia italiana dedica ai propri figli. Alla fine, ancora prima di queste valutazioni, che facciamo noi sulla base dei nostri dubbi, e qui non si tratta di giudicare se ci piaccia o no il loro modello di vita. Secondo me, è più sano di molti altri. Il punto però è un altro: a questi due genitori andavano tolti i figli in base alla legge vigente? La risposta è no. Punto. Tutto il resto è orpello».

Una vicenda che lei legge anche come un esempio dell’ingresso sempre più forte dello Stato nella sfera privata.

«Sì. In più, c’è stato un accanimento incredibile e continua tuttora. Hanno parlato esperti di ogni ordine e grado, di ogni orientamento. Tutte le autorità hanno detto che questi bambini devono tornare ai genitori e noi siamo ancora lì, appesi agli incontri protetti, che peraltro si svolgono con degli ostacoli».

Quindi il tema è più ampio: quanto lo Stato e la tecnocrazia stanno entrando nelle nostre decisioni più intime.

«Noi siamo dentro un sistema che ci tratta come dei bambini, in cui abbiamo Stati sempre più invadenti. Persino il mondo delle aziende è invadente nella vita, si comporta come una grande mamma. Questa è l’epoca della grande madre, in cui sembra che lo Stato, le istituzioni in genere, debbano occuparsi di te dalla culla, perché tu non sei in grado di decidere più niente. C’è sempre qualcuno che ti deve insegnare come comportarti, quali decisioni devi prendere, come devi parlare, come vestirti, cosa mangiare. In realtà fingono di occuparsi di te, poi le cose che dovrebbero fare, i servizi fondamentali, vengono a mancare. C’è un’invadenza nei comportamenti, sull’etica, diciamo così. Questo è il dramma».

Se dovesse rivolgere una critica alla politica, senza distinguere tra destra e sinistra, quale sarebbe?

«Questa è difficile. Secondo me è proprio la mancanza di indipendenza. Tendono a muoversi con dei pensieri preconfezionati, simili sui grandi temi. C’è poco coraggio».