Operazione “Metamorfosi” a Sulmona. Armi e vendette, rete del terrore: dalla pistola agli spari sulla casa

Così una semiautomatica con la matricola abrasa è stata trasportata da Napoli fino a Roccaraso.
L’attentato a Sulmona e i dialoghi captati. Le intercettazioni svelano il clima di grande tensione
SULMONA
La disponibilità di armi e il ricorso all’intimidazione emergono come elementi ricorrenti nell’inchiesta “Metamorfosi”, che ricostruisce tre episodi distinti ma accomunati dalla gestione violenta dei contrasti. Nell’ordinanza cautelare, il gip Marco Billi descrive una capacità consolidata del gruppo di procurarsi e utilizzare armi, anche con finalità ritorsive. Il primo episodio riguarda il trasferimento di una pistola da Napoli verso l’Abruzzo, con destinazione Roccaraso. Secondo la ricostruzione accusatoria, Antonino Maccarrone, Massimiliano Le Donne, Aldo Ferrera e Giovanni Massa avrebbero avuto ruoli diversi nell’acquisto e nel trasporto di una pistola semiautomatica FEG modello PM9, di fabbricazione ungherese, con matricola abrasa, caricatore e quattro proiettili calibro 9. L’arma sarebbe stata trasportata da un giovane a bordo di una Fiat Mito. Maccarrone e Aldo Ferrera avrebbero invece svolto il ruolo di staffetta, seguendo il veicolo e mantenendo i contatti con gli altri partecipanti per segnalare eventuali controlli delle forze dell’ordine. Il percorso prevedeva il passaggio lungo l’autostrada A1, Caianello, la statale 17, Roccaraso e Rivisondoli. La pistola è stata sequestrata a Roccaraso il 19 agosto 2025. Il secondo episodio riguarda la sparatoria contro una palazzina di via del Cavallaro, a Sulmona. Nella notte del 4 agosto 2025, ignoti hanno esploso numerosi colpi di pistola contro il portone d’ingresso dell’edificio dove abitava un 23enne. Nell’ordinanza, il fatto viene collegato anche a una conversazione intercettata il 25 luglio precedente tra Le Donne e un detenuto nel carcere di Pescara, indicato dagli investigatori come esponente della criminalità organizzata campana.
Al centro del dialogo c’era proprio il giovane, accusato di aver arrecato un torto a un amico del detenuto nell’ambito di una vicenda legata a un presunto debito per una fornitura di sostanza stupefacente. Le Donne avrebbe cercato informazioni sugli spostamenti dell’uomo e sulla sua abitazione, mentre dalla conversazione sarebbe emersa la preoccupazione per le possibili conseguenze della vicenda. Gli investigatori inseriscono quindi lo scambio nel contesto del successivo attentato intimidatorio.
Il terzo episodio risale al 15 ottobre 2024 e riguarda un incontro al bar Asso di Cuori. Protagonisti erano Ivano Antonio Di Marzo e Antonino Maccarrone, che dovevano incontrare Patrizia Ciccone per un chiarimento dopo una discussione dai toni particolarmente accesi. Le intercettazioni ambientali restituiscono il clima di tensione che precedeva l’appuntamento. Di Marzo e Maccarrone temevano infatti che la donna potesse presentarsi armata. «Hai la pistola?», chiedeva Di Marzo a Maccarrone, che rispondeva di non averla portata. I due valutavano anche l’ipotesi che Ciccone potesse arrivare accompagnata da altre persone. L’incontro, inizialmente previsto in via Atri, veniva così spostato al bar Asso di Cuori, anche per la presenza di terze persone. Le telecamere di videosorveglianza avrebbero documentato il successivo confronto. Al termine dell’appuntamento, Di Marzo manifestava apprezzamento nei confronti di Maccarrone per la fedeltà dimostrata durante la vicenda. Nelle conversazioni successive emergeva però un ulteriore elemento: il riferimento alla preparazione di un nuovo attentato incendiario, con l’invito a predisporre una «cannilla». I tre episodi, secondo la lettura del gip, delineano «un quadro nel quale la disponibilità di armi, il timore di ritorsioni e il ricorso a gesti intimidatori ricorrono nelle dinamiche del gruppo».
Le armi non sarebbero state considerate soltanto strumenti di offesa, ma anche mezzi per gestire rapporti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

