Quell’altopiano “laboratorio” diventato una scuola di libertà

Nacque una comunità capace di discutere di pace, ambiente, lavoro e giustizia sociale.
Un’esperienza che continua a parlare al presente attraverso una lezione sempre attuale
Alle prime luci del mattino i Piani di Pezza sembrano un mare immobile. Il vento piega appena l’erba, qualche cavallo pascola libero ai margini della piana e il profilo severo del Velino domina un paesaggio che conserva il fascino austero delle grandi montagne d’Abruzzo. Nulla lascia immaginare che proprio qui, quarant’anni fa, tredicimila giovani trasformarono questo altopiano in una delle più straordinarie città provvisorie mai costruite in Italia. Oggi il silenzio è tornato padrone del paesaggio. Eppure è un silenzio che continua a custodire una voce.
Era il 9 agosto 1986 quando Giovanni Paolo II raggiunse i Piani di Pezza, dopo la visita ufficiale a Rocca di Mezzo, per incontrare gli scout dell’Agesci riuniti nella Route nazionale Rovers-Scolte. L’Abruzzo visse una delle pagine più intense della sua storia contemporanea. Le tv portarono quelle immagini nelle case di milioni di italiani e, per un pomeriggio, questo lembo d’Appennino divenne il centro di un incontro che ancora oggi conserva una sorprendente attualità.
Le ricorrenze, però, non servono soltanto a ricordare. Servono soprattutto a capire. Per questo, quarant’anni dopo, la visita di Wojtyła appare importante per il significato che quell’incontro continua ad avere in un tempo profondamente diverso da quello del 1986.
Prima ancora che arrivasse il Papa, i Piani di Pezza erano già diventati una città. Una città senza cemento, senza strade, senza edifici. Settemila tende avevano dato vita a un insediamento capace di ospitare tredicimila ragazzi provenienti da tutta Italia e da numerosi Paesi stranieri. C’erano cucine, impianti idrici, servizi sanitari, spazi per il confronto, luoghi di preghiera e di incontro.
Come ricorda il numero di luglio del periodico sulle memorie dell’Altipiano, “Le opere e i giorni”, quella straordinaria “città che non c’è” nacque, visse e scomparve senza arrecare alcun danno all’ambiente, lasciando il territorio esattamente come lo aveva trovato. Oggi parleremmo di sostenibilità ambientale. Allora era semplicemente il modo naturale di vivere lo scoutismo.
Ma la vera ricchezza di quella esperienza non consisteva nell’organizzazione, pur eccezionale. Era nei contenuti. Per tre giorni migliaia di giovani discussero in 12 tavole rotonde e 219 laboratori esperenziali, con personaggi noti (tra cui Marco Pannella) e meno noti di pace, lavoro, economia, emarginazione sociale, cooperazione internazionale, ambiente, obiezione di coscienza, partecipazione democratica. Attorno a loro sedevano economisti, sindacalisti, politici, missionari, studiosi, giornalisti. Non era una manifestazione costruita per applaudire qualcuno. Era un laboratorio di cittadinanza nel quale i giovani venivano educati a interrogarsi sul proprio tempo.
Rileggere oggi quella stagione suscita quasi stupore. Molti dei temi affrontati allora sono gli stessi che attraversano il nostro presente. Cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti (a quel tempo non c’erano i telefonini né i social e il web si affacciava appena nel mondo), ma restano identiche le grandi domande sul futuro dell’uomo, sulla pace, sulla giustizia sociale, sul rapporto con la natura e sulla responsabilità individuale.
Giovanni Paolo II comprese immediatamente il valore di quell’esperienza. Non arrivò ai Piani di Pezza come il protagonista di una cerimonia. Arrivò come un pellegrino che desiderava condividere il cammino di quei ragazzi. Avrebbe voluto attraversare il campo a piedi, fermarsi tra le tende, parlare con gli scout. Le esigenze organizzative glielo impedirono. Fu lui stesso, però, a lasciare la chiave di lettura di quella giornata. «Riconosco il profilo di queste montagne a me care… questa visita andava fatta a piedi», disse osservando l’immensità dell’altopiano.
In quelle poche parole c’è molto più di una semplice osservazione. C’è il Karol Wojtyła che da giovane aveva imparato ad amare Dio camminando tra i monti Tatra, nella sua Polonia, che aveva trasformato la montagna in una scuola di essenzialità e che ritrovava anche nell’Appennino abruzzese quella dimensione di silenzio e libertà che aveva accompagnato tutta la sua vita sacerdotale e pontificia. Per lui la montagna non era uno scenario, ma un luogo dell’anima. Non era soltanto bellezza paesaggistica, ma occasione di ascolto, di contemplazione e di ricerca interiore.
Non sorprende, allora, che l’incontro più significativo con quei giovani sia avvenuto proprio qui, in un’immensa conca naturale che sembrava una cattedrale senza mura, dove il cielo diventava la volta e i prati sostituivano il pavimento di pietra.
Anche l’Abruzzo offrì, quel giorno, una delle immagini più autentiche di sé. Le montagne, i boschi, borghi delle Rocche raccontarono un territorio ancora poco conosciuto dal grande pubblico, ma capace di accogliere un evento internazionale senza snaturare la propria identità. Molto prima che si parlasse di promozione territoriale, quelle immagini mostrarono al mondo un Abruzzo fatto di natura, spiritualità e senso dell’ospitalità. Oggi restano la grande croce che ricorda quella celebrazione e l’altare in pietra realizzato negli anni successivi. Restano le fotografie, i filmati, i ricordi di chi c’era. Ma il vero lascito di quella giornata non è affidato ai monumenti. Vive nelle domande che continua a porre.
In una società nella quale i giovani rischiano spesso di crescere più connessi che uniti, più informati che educati, quella grande città di tende costruita ai Piani di Pezza continua a raccontare un’altra idea di comunità. Un’idea fondata sul servizio, sulla condivisione, sul rispetto della natura, sul dialogo e sulla responsabilità personale.
Forse è proprio per questo che, quarant’anni dopo, ai Piani di Pezza non si celebra soltanto un anniversario. Si torna a una domanda che Giovanni Paolo II lasciò sospesa tra queste montagne e che conserva intatta la sua forza: come si educano i giovani a diventare adulti?
*giornalista e scrittore
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