Dario, “lu farmaciste” di Roccamorice, va in pensione dopo 39 anni

foto di Dino Viani

13 Giugno 2026

Un paese commosso per l’ultimo giorno di lavoro del 72enne De Renzis: «Ho sempre cercato di essere vicino ai fragili»

ROCCAMORICE. Applausi, doni, lacrime, cori e musica: il farmacista lascia Roccamorice dopo 39 anni di attività e il paese lo festeggia come un divo. I roccolani sono scesi in strada, nei giorni scorsi, per salutare Dario De Renzis, 72 anni, originario di Capracotta (Isernia), arrivato nella terra di Celestino il 13 maggio 1987, che ora, in pensione, coltiverà le sue passioni con più calma e non si separerà da quel diario in cui per anni ha appuntato ricordi e aneddoti.

Affiancato dal sindaco, Alessandro D'Ascanio, che gli ha donato una targa a nome dell'amministrazione comunale; dal parroco don Gianmarco Medoro che ha benedetto la folla e dalla nuova titolare dell'esercizio pubblico, Manuela De Gregorio, a cui ha lasciato il testimone, “lu farmacist nostr” come lo chiamavano in paese, ha raccontato alla sua gente «una vita in trincea» e si è commosso. «Ricordo», attacca il farmacista, compagno di vita della cronista del Centro, Jolanda Ferrara, laureato alla Sapienza di Roma, un passato da informatore farmaceutico, «quando sono arrivato qui, dopo aver vinto un concorso, non avevo neppure la cassa».

La gente lo ha amato da subito e per loro, il farmacista, è diventato un confidente. Un «frate laico», scherza, sui monti di Pietro da Morrone. «Una confidenza istintiva, ho cercato di essere vicino a loro con umanità perché chi non sta bene è fragile, emotivamente provato. E la farmacia, laddove nei piccoli paesi non c'è un medico, diventa un presidio di sicurezza. I cittadini la vorrebbero aperta giorno e notte».

Tanti gli aneddoti da raccontare, alcuni fanno sorridere: «Un giorno entra una signora che voleva il Vivin C, un antinfiammatorio, invece mi ha chiesto il wc net, il detersivo». Si è goduto tutto, il farmacista, residente a Pescara, appassionato della montagna che da giovane ha girato in lungo e in largo con la sua Cagiva Enduro 350: «Durante la pausa pranzo, dall'una alle 4, passeggiavo in campagna e raccoglievo ciliege, prugne, fichi ed erbe mangerecce» nei campi abbandonati, «è capitato che i contadini mi chiamassero per regalarmi conigli. Questo affetto lo porterò con me».

Nel giorno dei saluti gli hanno regalato di tutto, bottiglie di spumante e braccialetti, le suore anche il Cantico di San Francesco. Ma il gesto che lo ha commosso di più è stato quello di una nonnina che gli ha «infilato in tasca un biglietto con su scritto: ti ho voluto bene come un figlio».

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