Ex cementificio, la ditta chiarisce: dalle carte il silos risultava vuoto

Nel verbale del responsabile della sicurezza la ricostruzione di cosa è accaduto durante la demolizione. E il circolo Pd “Di Vittorio”: «Ignorate le prescrizioni che imponevano due centraline di rilevazione»
PESCARA. «Dalle informazioni ricevute, il silos da abbattere che, sulla carta, durante le lavorazioni del cementificio conteneva un materiale macinato calcareo, allo stato non doveva contenere più tale materiale e ciò è stato testato mediante l’apertura della valvola di fondo che non evidenziava fuoriuscita di alcun materiale, cosa che confermava le informazioni iniziali». È quanto si legge nel verbale che l’ingegner Maurizio Vicaretti, responsabile della sicurezza, redige mercoledì e mostra al direttore dei lavori in merito agli accertamenti che gli Enti hanno effettuato in seguito alla fuoriuscita di polvere, una gigantesca nube bianca, durante la demolizione di quel silos.
A fornire nuovi dettagli su quanto avvenuto, generando paura e apprensione tra i residenti del quartiere (in attesa delle analisi di Arpa e Asl) è proprio Giovanni Marchionne, direttore dei lavori e delegato Calbit srl, l’azienda che nel 2017 ha acquistato all’asta l’ex cementificio e ora è pronta a trasformare l’area in un polo multifunzionale. In particolare, i sopralluoghi ispettivi si sono concentrati sulla fonte e le cause della immissione in atmosfera di ingenti quantità di polveri, causata proprio da una improvvisa perdita dal silos su cui stava operando il macchinario specializzato, arrivato dalla Germania.
Dalle informazioni ricevute, il silos 54 (questa la denominazione) «non doveva contenere più materiale», così come precisato nel verbale, in cui si ricostruiscono le fasi dell'accaduto. Le operazioni di demolizione sono state avviate lunedì, «ma contrariamente alle previsioni salta fuori che all’interno del silos c’era del materiale solido e duro, probabilmente solidificato durante i circa dieci anni di fermo dell'impianto». Nel pomeriggio del giorno successivo si verifica il repentino collasso del materiale, non più solido ma sciolto. E così il coordinatore per la sicurezza dispone la sospensione delle lavorazioni, per valutare le misure da adottare. Mercoledì sul posto sono intervenuti i funzionari di Asl e Arpa e sono stati prelevati campioni per le analisi e le caratterizzazioni.
Chi ha avuto modo di confrontarsi con i residenti della zona, tra via Raiale e via Aterno, parla di un intervento «anomalo ed eseguito in mancanza di protezioni». A raccontare come è andata martedì, in base alla testimonianza di chi vive nell’area dell’ex cementificio, è Vincenzo Forlani, componente del circolo Pd “Giuseppe Di Vittorio”: «Secondo una ricostruzione tecnica, la fuoriuscita sarebbe compatibile con una dinamica ben nota nel settore: la demolizione di un silos non preventivamente svuotato».
E su questo al momento non ci sono dubbi, considerando quanto confermato nel verbale della ditta. Poi aggiunge: «L’utilizzo di una pinza demolitrice, impiegata probabilmente a colpi, avrebbe provocato una compressione interna del materiale in polvere, con conseguente rilascio all’esterno al momento della rottura della struttura. Una sequenza che, per gli addetti ai lavori, non rappresenta un’eccezione, ma un rischio ampiamente prevedibile e normalmente evitato attraverso procedure standard: svuotamento preventivo, demolizione progressiva e sistemi di abbattimento delle polveri».
Secondo Forlani e gli altri iscritti al circolo Pd Costanzo De Angelis e Camillo D’Angelo, «sono state evidentemente ignorate le prescrizioni inserite nell’atto autorizzativo del cantiere (rilasciato dal Comune a luglio 2025), come quella relativa alla presenza di due centraline di rilevazione». Conclude Forlani: «In contesti come quello di un ex cementificio la gestione delle demolizioni richiede un livello elevato di pianificazione e controllo. In sostanza, l’incidente relativo alla fuoriuscita di polvere poteva essere evitato».
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