Pescara

Il magistrato Bellelli: «Gli italiani hanno bocciato questa riforma horror per tutelare la Costituzione»

25 Marzo 2026

Il giudice in carica a Pescara e tra i membri del comitato per il No: «Giovani commoventi, Hanno capito che con il voto si definiva il futuro delle prossime generazioni»

PESCARA.

Si aspettava una vittoria con uno scarto così ampio?

«Quando a gennaio abbiamo iniziato a organizzarci, eravamo “quattro amici al bar”, come cantava Gino Paoli, che oggi (ieri, ndr) purtroppo abbiamo perso».

Nella canzone, però, pian piano il gruppo si sfalda. Voi invece siete aumentati.

«In quel momento non avevamo idea di come sarebbe andata. Pensavamo soltanto che fosse giusto prendere posizione».

L’Italia vi ha dato ragione.

«Era giusto dire no, come dice anche il nome del nostro comitato».

Soddisfazione?

«Questo orrore di riforma ormai è solo un ricordo. Fortunatamente verrà relegata in un archivio speciale, quello di teratologia legislativa!».

È tempo di tirare le somme per il procuratore capo di Pescara Giuseppe Bellelli. In Abruzzo è stato uno dei magistrati più attivi in favore del No. Ora, dopo che 15 milioni di italiani hanno deciso di dare ragione alla sua fazione, è ben più rilassato. Ma il voto non ha chiuso tutte le ferite lasciate aperte dal referendum, a partire dal rapporto di fiducia dei cittadini con la giustizia. Un legame tutto da ricostruire.

Procuratore Bellelli, ha visto le immagini dei festeggiamenti al Palazzo della Giustizia di Napoli?

«Non spetta a me giudicare i magistrati. Sicuramente negli ultimi mesi siamo stati bersagli di tante aggressioni verbali e tentativi di umiliarci. Dopo un risultato del genere, ci può stare un momento di alleggerimento, viste soprattutto le pressioni che abbiamo subito».

Anche qui a Pescara avete cantato “Bella ciao”?

«No, assolutamente. Non ero neanche in procura».

Dove ha seguito i risultati?

«A casa mia».

La reazione quando ha capito che avevate vinto?

«Sono stato contento. Ci siamo sentiti con i colleghi, soprattutto quelli che si sono impegnati di più. Ma tutto qui».

Come interpreta questa vittoria?

«È il segno di una risposta forte da parte degli italiani. Al di là degli schemi politici, hanno dimostrato grande consapevolezza della posta in gioco».

I voti dei giovani sono stati fondamentali.

«Sono stati commoventi. Hanno capito subito che in questo referendum si definivano alcuni passaggi chiave per le prossime generazioni. In primis il principio dell’autonomia della magistratura».

Cos’altro ci dice questo risultato?

«Ci dice che si continua nel solco della nostra Costituzione, così come nel ’74 l’istituto del referendum confermò il divorzio».

Vede delle analogie con quel voto?

«Ho sentito la stessa mobilitazione, lo stesso risveglio degli italiani che percepii allora».

Nel ’74 era un bambino.

«Avevo 12 anni. Ricordo bene tutto».

I suoi erano pro o contro il divorzio?

«Papà, che era cattolico, si impegnò per difendere il divorzio. Fu una grandissima battaglia civile, che ha fatto la storia del Paese».

Secondo lei, anche questo voto farà la storia?

«Quindici milioni di No sono tanti. È un numero che parla ed è la gente che fa la storia».

Il referendum del ’74 modernizzò l’Italia. Questo ha mantenuto il Paese come è oggi. Non è un voto conservatore?

«Questa riforma ci riportava indietro fino a prima della Costituzione. Essere fedeli alle proprie radici questa volta ha significato proteggere tutti i valori alla base della nostra Carta».

Rimangono però aperte tutte le questioni relative ai problemi della giustizia.

«È vero, e noi magistrati dobbiamo essere pronti a fare autocritica. Ma questa riforma non ne risolveva nessuno».

Pare che più che la politica, siano stati i rappresentanti della società civile a spingere il No.

«Noi dei comitati, con i tanti magistrati, avvocati, professori e docenti, abbiamo reso una testimonianza di quelli che erano gli aspetti tecnici della riforma e della nostra visione, del pericolo che abbiamo intuito».

Il famoso “pericolo” per l’autonomia della magistratura.

«Non si leggeva soltanto nel testo della riforma, ma anche nelle dichiarazioni di chi l’ha promossa».

Ora a via Arenula sta scoppiando un terremoto: Bartolozzi e Delmastro dimessi, lo stesso Nordio a rischio.

«Non ho alcun commento da fare su questo».

In ogni caso, 12 milioni di italiani hanno dato credito alle ragioni del governo.

«È un bene che siano andati a votare. Penso che tanti lo abbiano fatto credendo di trovare soluzioni a problemi che – lo ripeto – questa riforma non toccava».

La campagna referendaria del Sì ha puntato molto su separazione delle carriere e Alta corte disciplinare. Non lascerà scorie?

«Con questo risultato sono venuti meno i temi pretestuosi che sono stati utilizzati contro di noi».

A che si riferisce in particolare?

«Penso ai dubbi sull’imparzialità del giudice penale, come se fino a ora non fosse stato, mentre sarà terzo e lo sarà sempre. E penso anche alla questione delle sanzioni disciplinari. Hanno trattato i magistrati come se fossero degli impuniti, e invece la sezione disciplinare del Csm applica sanzioni allo 0.5% dei magistrati italiani».

C’è qualcosa di particolarmente negativo che le è rimasto impresso di questa campagna referendaria?

«Il tentativo di delegittimazione nei confronti dell’operato giudiziario mi è dispiaciuto molto. Chi lavora nei tribunali dà il massimo tutti i giorni tra mille difficoltà».

E la questione delle correnti? Tutto rimarrà com’è oggi?

«A differenza di altre realtà, noi abbiamo un’unica organizzazione sindacale che poi al suo interno si è divisa in correnti che rispecchiano i diversi orientamenti culturali. Ma per la magistratura questa è una ricchezza, non un danno».

La spartizione correntizia delle cariche, però, è un dato di fatto.

«Conosciamo bene le degenerazioni che abbiamo visto negli ultimi anni e come le correnti siano diventate centri di potere autoreferenziale».

Questo, però, è un problema che rimane.

«Sicuramente non si risolve impedendo l’associazionismo della magistratura. Dobbiamo ridurre la nostra autoreferenzialità, essere aperti al confronto e ricordarci che la nostra funzione non deve mai essere intesa come privilegio, ma come servizio».

In concreto, com’è che la giustizia può guardare avanti adesso?

«Quando e come si guarda avanti lo devono stabilire politica, sindacati, cittadini. La nostra battaglia è stata per contrastare una riforma che era rancorosamente punitiva nei confronti di tutta la magistratura senza migliorare di una virgola il sistema giustizia e la tutela dei diritti contro gli abusi di potere».

Da addetto ai lavori, quali sono oggi le priorità per la giustizia?

«La celerità dei processi, oggi troppo lunghi e farraginosi. Poi i sistemi applicativi informatici, perché il processo penale telematico si appoggia su sistemi inefficienti. Infine, il tema più complicato».

Cioè?

«Fare in modo che la risposta di giustizia sia effettiva e non burocratica, autoreferenziale, tesa solo a giustificare se stessa. È la cosa più difficile. Occorre l’impegno di tutti, compresa la buona volontà dei magistrati».

Prima le ho chiesto che cosa l’aveva ferita di più di questa campagna referendaria. Le è rimasto impresso anche qualcosa di positivo?

«Siamo usciti dai nostri uffici e, anche se non è il nostro lavoro, ci siamo aperti al dibattito. Fa molto bene, anche alla giurisdizione».

Avete scoperto che la maggioranza del Paese vi difende.

«Certo, non siamo popolarissimi. Ma ci siamo mostrati così come siamo, senza le nostre toghe, fuori dalle nostre polverose stanze e con le nostre facce, i nostri limiti. Siamo parte di questa Repubblica: abbiamo fatto bene a esserci».

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