Pescara

Maiella e Morrone, 60 lavoratori mai pagati: c'erano però i soldi per i pranzi di pesce al mare

10 Novembre 2025

Nel prospetto di 45 pagine sui creditori c’è anche un locale sulla riviera, a Pescara: conto di 4.400 euro per linguine, frittura e vino

PESCARA. L’ultima beffa per i sessanta dipendenti dell’azienda speciale Maiella e Morrone, che fino al fallimento da oltre 4 milioni di euro risalente al 2017 assicurava i servizi sociali in 16 centri della Val Pescara, sembra incredibile anche se lì tutti s’erano abituati proprio a tutto: quei dipendenti che avevano lavorato per mesi e mesi senza prendere gli stipendi, adesso, si ritrovano in mano soltanto le briciole, cioè quasi un terzo di quello che avrebbero dovuto percepire. È un conto falcidiato dalle sottrazioni quello presentato dalla curatela fallimentare: rispetto alla cifra totale degli stipendi, promessi dalla politica ma poi mai pagati, bisogna calcolare il 56% destinato a questo tipo di creditori, quelli “privilegiati mobili”, e non è tutto perché, a questo importo, vanno tolte anche le tasse del 23% e le spese legali che ammontano a 159 euro più Iva. «Ci resta una miseria», dice una delle dipendenti. Quelli che aspettavano 10mila euro, ad andare bene, devono accontentarsi di un assegno da tremila euro: prendere o lasciare, non c’è tanta scelta.

L’elenco dei creditori della Maiella e Morrone è lungo 45 pagine di numeri, spalmati in un reticolo di righe e colonne. E, in una di queste celle, tra fornitori e istituzioni, spunta anche un noto ristorante: mentre l’azienda speciale foraggiata con i soldi pubblici colava a picco e i dipendenti erano costretti a continuare a lavorare senza prendere gli stipendi per non rischiare una denuncia per interruzione di pubblico servizio, ai piani alti c’era chi andava in quel ristorante sul mare, a Pescara, per mangiare piatti a base di pesce. Un inizio di crudi e poi linguine verdi allo scoglio, frittura di paranza, un giro di arrosto e vino fresco, pecorino e cerasuolo: un conto di 4.400 euro, non proprio un pranzo veloce di lavoro riservato a pochi ma una festa, dall’antipasto al dessert, aperta a tanti. Anche quel ristorante però non è stato pagato, segno dell’arroganza di una classe dirigente che, per mesi e mesi, aveva provato a negare addirittura l’esistenza di una crisi finanziaria scaricando tutto il peso sui lavoratori fino a quando la sentenza di fallimento, firmata dalla giudice Anna Fortieri, ha svelato l’esistenza di un buco da 4,3 milioni di euro.

Se fosse analizzato nell’aula di una facoltà universitaria di Economia, il caso della Maiella e Morrone sarebbe l’esempio da non ripetere: un caso di scuola. Eppure l’ente dell’assistenza sociale, sotto il coordinamento della Regione, si reggeva sui finanziamenti dei Comuni di Alanno, Abbateggio, Bolognano, Caramanico, Cugnoli, Lettomanoppello, Manoppello, Popoli, Roccamorice, Rosciano, Salle, Sant’Eufemia a Maiella, Serramonacesca, San Valentino, Torre de’ Passeri e Turrivalignani.

Nella lista dei non pagati svetta l’Agenzia delle Entrate per oltre un milione di euro, poi c’è l’Inps per quasi 500mila euro, il Consorzio industriale Chieti-Pescara (105.366,83), l’Aca (16.549,81) e anche la Uil (3.609,58 euro). E poi professionisti, consulenti e i dipendenti, i primi a sostenere il peso della crisi. Del resto, la regola al vertice della Maiella e Morrone era questa: non pagare. Un modo di amministrare che sembra ispirato a un proverbio: a pagare e morire c’è sempre tempo. E ora un lungo elenco di enti e persone si ritrovano con un pugno di mosche in mano. E poteva andare anche peggio: il curatore fallimentare, l’avvocato pescarese Marco Sanvitale, è riuscito a vendere beni ricavando quasi 800mila euro ma, al netto degli accantonamenti, la somma disponibile per saldare i conti aperti è di 556.385,75 euro. Troppo poco per ripagare i dipendenti dei sacrifici sopportati, dal lavoro non pagato fino alle proteste in strada per denunciare, così c’era scritto sugli striscioni, che «mentre voi pensate a come uscirne puliti noi volontariato forzato».

Ma, in questo caso di gestione fuori controllo, c’è una domanda che nonostante tutti gli anni passati resta ancora senza risposta: ma i soldi della Maiella e Morrone che fine hanno fatto? Nel 2018, anche la procura di Pescara ha provato a capirci qualcosa fino a chiedere una condanna a quattro anni di reclusione per due amministratori dell’epoca. Una richiesta che il tribunale non ha accolto: dopo quattro anni dall’apertura dell’inchiesta, nel 2022, il tribunale ha dichiarato l’assoluzione dalla bancarotta semplice perché «il fatto non sussiste» e da quella fraudolenta perché «il fatto non costituisce reato». Insomma, non sarebbero stati accertati comportamenti illeciti e nessuna ipotesi di mala gestione. Ma i soldi non si trovano lo stesso.

La crisi della Maiella e Morrone era esplosa a cavallo tra il 2015 e il 2016, dopo anni di incubazione, quando al vertice della Regione c’era il centrosinistra guidato dal presidente Luciano D’Alfonso, adesso deputato Pd. Quell’azienda speciale era nata sotto l’ala protettrice della Comunità montana chiamata prima Maiella e Morrone e poi Montagne Pescaresi, un ente alla fine chiuso. Prima della crisi, ai vertici della Comunità montana e dell’azienda speciale Maiella e Morrone, si erano alternati con ruoli da protagonisti anche due personaggi conosciuti della politica abruzzese: si tratta di Mario Mazzocca, già sindaco di Caramanico e assessore regionale con l’amministrazione di centrosinistra di D’Alfonso, e Donato Di Matteo, che era stato direttore generale della Maiella e Morrone e poi assessore regionale sempre con D’Alfonso presidente della Regione. Adesso Di Matteo è consigliere comunale a Pescara e siede nel cda dell’Aca, azienda dell’acqua che serve 64 Comuni. Sia Mazzocca che Di Matteo non hanno ricevuto contestazioni per la loro gestione.

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