31 minuti

Comincia la seconda vita dell’ex colonia fascista salvata dalle speculazioni

l'ex colonia fascista
26 Marzo 2026

La Stella Maris di Montesilvano poteva diventare condominio o casinò. E invece sarà la sede dell’università d’Annunzio per studiare il mare. Stasera a “31 minuti” in diretta alle 23 su Rete 8

MONTESILVANO

Il 24 maggio. Potrebbe essere questo il giorno della riapertura della Stella Maris, l’ex colonia fascista davanti al mare di Montesilvano, costruita da Mussolini per i suoi “figli del popolo”. Per trent’anni, forse anche di più, è stato il simbolo dell’abbandono sotto gli occhi di tutti, un monumento al degrado che si specchia nel mare di Montesilvano. In questa città che poi è diventata il simbolo del cemento selvaggio in Abruzzo si è corso il rischio che anche la Stella Maris diventasse un condominio con tanti appartamenti oppure un ristorante vista mare, una discoteca o addirittura un casinò. Per fortuna non è accaduto. Se la Stella Maris avrà una seconda vita è grazie all’università d’Annunzio di Chieti Pescara. Sarà l’ateneo a gestire, per i prossimi trent’anni, l’immobile a forma di aeroplano di proprietà della Provincia di Pescara. Si chiama “L’ex colonia fascista” un’altra puntata di “31 minuti”, settimanale di approfondimento di Rete8 in collaborazione con il Centro, in onda stasera alle ore 23 (riprese e montaggio di Giuliano Vernaschi, regia di Danilo Cinquino, ottimizzazione Antonio D’Ottavio). Tra i contenuti della puntata, c’è anche un’intervista a Clara Verazzo, docente di Restauro alla facoltà di Architettura dell’università d’Annunzio.

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Guardando questa struttura, l’impressione è che non ci troviamo semplicemente di fronte a un edificio a forma di aeroplano, ma a qualcosa di più profondo dal punto di vista architettonico. È così?

«Esattamente. Non è soltanto un aeroplano; è una grande struttura architettonica che racconta una storia precisa: quella dell’architettura razionalista. Rappresenta senza dubbio uno degli esempi più alti che abbiamo qui in Abruzzo e una pietra miliare del percorso progettuale degli anni ’30. Poterne fruire oggi, dopo anni di abbandono e disuso, è un’occasione fondamentale non solo per le giornate del Fai, ma per l’intera collettività. L’architettura è sempre il punto più alto dell’espressione di una comunità; recuperarla significa vivere un momento di grande valore civile».

Lei ha citato il valore del monumento come «documento»: in che modo questo si lega al periodo complesso che stiamo vivendo?

«La nostra Costituzione ci ricorda che i monumenti sono patrimonio. Se guardiamo all’etimologia, nella radice di “monumento” c’è il significato di ricordare, di farsi documento. Questo è essenziale sempre, ma specialmente oggi: la cultura può rappresentare una vera arma di difesa contro le brutture che si stanno perpetrando nel mondo».

Siamo finalmente arrivati a un progetto che mette al centro l’università e i giovani, ma il percorso è stato lungo. In passato sono stati scartati molti progetti, come quelli per un ristorante o addirittura un casinò. Perché quelle idee sono naufragate?

«Questa struttura ha spesso attirato “appetiti” non sempre compatibili con la sua natura. Per conservare e riutilizzare un luogo storico, bisogna trovare una funzione che ne rispetti l'anima. Spesso si sono ipotizzati usi impropri ed è per questo che i progetti sono falliti. Nulla contro i ristoranti o altre attività, ma quando un monumento ci richiama al nostro senso etico, la scelta deve essere oculata. Non dimentichiamo che questo luogo è nato per ospitare i bambini; restituirlo oggi ai giovani e all’università significa rispettare quella vocazione originale, permeandolo di nuove funzioni culturali e sportive che ne preservino il valore morale».

Spesso si restaura un edificio che poi, dopo poco tempo, finisce di nuovo in abbandono. Come si evita questo rischio con la Stella Maris?

«Il restauro non è solo rimettere in funzione i muri, ma dare un uso compatibile che si protragga nel tempo. La Stella Maris è stata recuperata più volte e poi abbandonata perché la sua forma – quel famoso aeroplanino – non si presta a tutto. Non si può trasformare un edificio negando la sua pianta e il suo sviluppo planimetrico. La funzione universitaria e didattica è, a mio avviso, la più compatibile: è quella che garantisce la durata nel tempo».

Una questione delicata: la struttura è nata nel periodo fascista e ne conserva i simboli. Come può un’architettura del genere adattarsi al contesto attuale?

«L’architettura non ha un marchio politico; è figlia del suo tempo. Come operatori culturali, dobbiamo svincolare l’oggetto architettonico dall’ideologia che l’ha generato. È nata come colonia marina nell’ambito della propaganda, ma negare l’architettura per questo sarebbe un errore e una delusione. Dobbiamo guardare a questi elementi storicizzandoli».

E come?

«Penso al restauro fatto a Bolzano sul fregio di Piffrader: non hanno rimosso i simboli fascisti, ma vi hanno apposto sopra una frase di Hannah Arendt – “Nessuno ha il diritto di obbedire” – in tre lingue. Quello è il modo corretto: non si nega la storia, ma la si “risignifica”. Ieri abbiamo scritto una pagina, oggi ne scriviamo una nuova che rilegge la precedente in chiave contemporanea. Il dialogo vero nasce quando siamo capaci di ascoltare e accogliere, anche quando un pensiero è diverso dal nostro».