Ristoratore accoltellato: chiesto l’arresto per il tunisino, ora si contesta il tentato omicidio

Sarà interrogato stamattina il 27enne che ha accoltellato Massimiliano Di Cesare. Da lesioni aggravate l’accusa peggiora. Il pm: «Atti idonei in modo non equivoco a uccidere»
PESCARA. È in programma questa mattina l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Francesco Marino di Rami Hammani, il tunisino 27enne, arrestato la sera del 24 gennaio per aver accoltellato il titolare del ristorante La Barcaccia, in piazza Primo Maggio. A subire l’accoltellamento è stato il figlio del titolare, Massimiliano Di Cesare, che era intervenuto per bloccare il tunisino, in evidente stato di alterazione, che stava alzando le mani contro l’anziano genitore che si era opposto all'ingresso nel locale. Una scena accaduta alla presenza del fratello di Massimiliano, Mirko, e di un cliente del ristorante che sono stati sentiti come testimoni.
L’aggressione con il coltello è avvenuta proprio sulla soglia del ristorante e soltanto qualche attimo dopo la vittima si è resa conto di essere stata colpita. La ricostruzione precisa dell’accaduto è stata fatta dal pm Anna Benigni che ha chiesto la convalida dell’arresto in carcere. Non solo: il magistrato, sulla scorta della relazione della polizia intervenuta sul posto e delle dichiarazioni dei testimoni, ha anche rivisto l’originaria contestazione fatta dalla polizia per lesioni aggravate, minacce e danneggiamenti.
Secondo il pm si tratta di tentato omicidio per di più aggravato da motivi futili e abbietti e soprattutto alla luce del fatto che il tunisino «compiva atti idonei, in relazione al mezzo utilizzato e alla portata del corpo attinta, diretti in modo non equivoco a uccidere il Di Cesare, evento non verificatosi per cause indipendenti dalla sua volontà», scrive il pm nel capo di imputazione. La procura aggiunge poi i reati di porto abusivo del coltello e minacce: questo perché, una volta colpito Massimiliano Di Cesare, il tunisino, coltello in pugno, «minacciava gli avventori del ristorante brandendo il coltello già utilizzato per colpire Di Cesare (con più fendenti ndr) e infrangeva la vetrata della porta d'ingresso del locale con uno dei tavoli presenti». La vittima era stata poi soccorsa e portata in ospedale, mentre gli altri tentavano l’inseguimento del tunisino che si stava dando alla fuga. Ma l'intervento della volante era stato immediato e quando gli agenti hanno bloccato il 27enne, che aveva peraltro la felpa sporca di sangue (mentre l'arma non è stata ritrovata), i testimoni lo indicavano subito come l'autore del fatto.
L'arrestato, come sottolinea il pm nella sua richiesta di convalida, aveva anche continuato ad avere comportamenti violenti contro gli stessi agenti. E la richiesta di misura in carcere, secondo la procura, è resa necessaria dal fatto che il tunisino è senza fissa dimora e non risulta svolgere alcuna attività lavorativa, per cui l'unica misura possibile per evitare che compia una eventuale reiterazione del reato o altro, è di metterlo in carcere. Oggi l’indagato verrà interrogato alla presenza dell'avvocato d'ufficio, Antonio Aielli, mentre la famiglia si è affidata ad un legale di fiducia, l'avvocato Paolo Sardini.
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