Uccise la moglie in piazza a Lettomanoppello, la difesa: «Ora perizia psichiatrica»

6 Maggio 2026

In vista della prima udienza il legale di Antonio Mancini gioca l’ultima carta puntando a ottenere il rito abbreviato e lo sconto di un terzo della pena

PESCARA. Dopo la richiesta di giudizio immediato davanti alla Corte d’Assise di Chieti, e dopo la fissazione della prima udienza da parte della Corte (prossimo 30 giugno), la difesa di Antonio Mancini, il femminicida di Lettomanoppello, gioca la sua unica carta possibile: la richiesta di rito abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica per il 69enne accusato di aver ucciso la moglie Cleria Mancini di 66 anni, nella piazza del paese il 9 ottobre dello scorso anno con due colpi di pistola.Per l’avvocata Alessandra Supino, ultimo difensore nominato da Mancini, si tratta dell’unica strada percorribile, considerato che sul fatto non ci sono dubbi visto che il delitto è maturato sotto gli occhi di alcuni passanti e ripreso dalle telecamere della zona.

Ora, però, la parola torna al gip Mariacarla Sacco che dovrà decidere su questa richiesta, visto che si tratta di un omicidio volontario e aggravato dal rapporto coniugale con la vittima: quindi un reato per il quale è previsto l’ergastolo per cui, teoricamente, non potrebbe essere definito con il rito abbreviato. Il giudice potrebbe quindi rigettare la richiesta o decidere di fissare l’udienza per nominare un perito e valutare le condizioni mentali dell’imputato al momento del fatto: se cioè aveva la capacità di intendere e di volere.

Il legale, nella sua richiesta, precisa che «è interesse dell’imputato Antonio Mancini definire il procedimento mediante l’accesso al rito abbreviato condizionato alla acquisizione di una consulenza tecnica medico-psichiatrica sulla persona dell’imputato, atteso che lo stesso ha manifestato segni di instabilità mentale tanto che è stata formulata richiesta all’istituto penitenziario di relazione psicologica e osservazione scientifica della personalità».

Quel giorno Mancini aveva avuto un violento diverbio con il figlio (a suo dire lo stava appunto cercando, arma in pugno, per spaventarlo affinché la smettesse di minacciarlo e offenderlo) e, sul triciclo elettrico con il quale si muoveva, era tornato a casa, aveva dissotterrato una pistola che sapeva nascosta nel suo giardino ed era andato in piazza dove incontrò la moglie in compagnia del nipotino, gridando “vi uccido tutti”. Mancini ha sempre negato l’intenzione di voler uccidere la moglie, ma sta di fatto che le esplose contro due colpi, il primo mortale che raggiunse la vittima al polmone sinistro per poi penetrare nel cuore. Poi l’omicida si diede alla fuga con il triciclo elettrico verso un bar di Turrivalignani mentre scattava l’operazione dei carabinieri. Nel locale l’uomo esplose tre colpi di pistola mentre era alla ricerca di un amico che aveva incontrato poco prima il figlio, colpendo poi l’auto di quest’ultimo parcheggiata fuori.

Oltre al reato di omicidio volontario, Mancini deve rispondere anche di minacce nei confronti dei clienti del bar, resistenza a pubblico ufficiale e porto abusivo dell’arma (appartenuta a un agente della penitenziaria, non si come fosse finita nella sua disponibilità).

Nell’ultimo interrogatorio del 3 marzo scorso, Mancini, davanti al pm Giuliana Rana, ha spiegato i motivi di risentimento nei confronti del figlio che aveva lasciato la moglie per stringere un rapporto con una sua parente, circostanza mai accettata dall’imputato. Dell’omicidio avrebbe poi detto di non ricordare, e comunque di aver avuto con la moglie sempre un buon rapporto: i colpi sarebbero partiti accidentalmente. Tesi confutata dai testimoni e dalle riprese delle telecamere della zona che attestano tutta la drammatica scena. Quindi, allo stato dei fatti, la difesa di Mancini non può far altro che tentare la strada, pur difficile, del rito abbreviato condizionato alla perizia che, se accolto, comporterebbe comunque lo sconto di pena di un terzo.

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