Il Coni dà il premio sul palco a quattro ultrà con il Daspo: la festa dello sport diventa cortocircuito istituzionale

Dal tubo lanciato ad altezza uomo fino al manganello telescopico e al sedicenne rapinato in strada: ecco di cosa sono accusati coloro che hanno ricevuto una targa in ateneo
CHIETI. Ci vuole un talento particolare per trasformare una festa dello sport in un cortocircuito istituzionale, e a Chieti ci sono riusciti senza nemmeno arrossire. Venerdì pomeriggio il Coni, che dello sport dovrebbe essere il tempio morale, ente pubblico sorvegliato dalla presidenza del consiglio dei ministri, ha consegnato un premio nelle mani di chi non può neppure avvicinarsi a uno stadio, ovvero quattro ultrà del Chieti calcio che lo Stato, le sue leggi e un questore della Repubblica italiana considerano pericolosi per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini.
La scenografia dell’evento, ospitato all’università d’Annunzio, ha offerto colpi d’occhio che meritano di essere raccontati. Da una parte sedevano le autorità cittadine, insieme al delegato provinciale del Coni Massimiliano Milozzi; dall’altra una platea arricchita dalla presenza dei bambini delle scuole, spettatori ideali per assorbire i valori educativi della giornata. E poi, naturalmente, c’erano i premiati. A ritirare sul palco la targa tributata alla Curva Volpi, con la motivazione «per l’attaccamento alla città e ai colori neroverdi», c’era una delegazione. Più nel dettaglio: sei persone, di cui quattro che, per una curiosa coincidenza, sono le uniche in quella sala a non poter mettere piede in un impianto sportivo, nemmeno per amichevoli o sedute d’allenamento, essendo destinatarie di Daspo firmati dal questore e validi su tutto il territorio nazionale e negli Stati dell’Unione europea.
Il momento della consegna ha avuto come protagonista Francesco Salvatore. Il leader del gruppo ha ritirato il premio nonostante un provvedimento che lo tiene lontano dagli spalti per otto anni. Le carte giudiziarie, con una prosa decisamente meno celebrativa di quella vergata dal Coni, raccontano che tale misura è scaturita dall’accusa di aver brandito un tubo di polietilene contro la tifoseria dell’Avezzano, lanciandolo attraverso una grata ad altezza uomo. Se l’argomento non fosse terribilmente serio, verrebbe da dire che si tratta di un gesto che l’ente sportivo ha ritenuto di dover omaggiare, forse apprezzandone la veemenza agonistica o la precisione balistica, tanto da far salire sul palco anche Kristian De Ioris, sottoposto a un provvedimento analogo per ben nove anni dopo aver maneggiato il medesimo tipo di attrezzo durante la stessa competizione.
Sul palco c’era pure Stefano Giannini, il cui divieto di accesso alle manifestazioni sportive ha una durata di cinque anni ed è legato al possesso di un manganello telescopico, strumento che non risulta ancora inserito nei protocolli ufficiali delle discipline olimpiche. La sua presenza ha offerto un ulteriore spunto di riflessione, trattandosi di un soggetto già in passato destinatario di un Daspo: una recidiva che evidentemente non ha scalfito la stima delle autorità sportive.
Ma è con il caso di Andrea Fornarelli che la narrazione della giornata assume sfumature ancora più inaspettate. Sottoposto a uno stop di due anni sempre su decisione del questore, Fornarelli è al centro di accuse che descrivono una serata piuttosto movimentata: quella del 7 giugno scorso, in occasione della promozione del Pescara in serie B. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, lui e i suoi complici avrebbero percorso in lungo e in largo le strade di Chieti Scalo, con il volto coperto da passamontagna e un obiettivo ben preciso: tendere agguati ai tifosi avversari. L’episodio culminante, stando alle contestazioni, è stato la sottrazione di una sciarpa biancazzurra a un uomo di 56 anni e a suo figlio sedicenne, fermati, minacciati e rapinati all’una e mezza della notte.
Eppure, venerdì pomeriggio, il clima era disteso. Tra sorrisi di circostanza, strette di mano vigorose e pose a favore di obiettivo per le foto poi pubblicate sui social network, il Coni ha sancito che tali percorsi biografici meritassero un posto d’onore nella festa dello sport. Una pubblica ammirazione. Gli applausi di tutti nel luogo simbolo della crescita delle generazioni future. L’invito diramato dall’ente descriveva l’appuntamento come un’occasione per celebrare «il valore umano e sociale dello sport» e la gratitudine verso chi «costruisce educazione e comunità». È evidente che il concetto di “costruzione della comunità”, agli occhi degli organizzatori, è talmente ampio ed elastico da poter comprendere anche le dinamiche di scontro fisico e le “attività di controllo” notturne con il volto travisato, in una visione decisamente ecumenica del tifo che non esclude nessuno, nemmeno chi è escluso per legge.
Anche le parole del sindaco Diego Ferrara e dell’assessore Manuel Pantalone, riascoltate a posteriori, acquisiscono un’eco particolare. In una nota stampa, hanno definito lo sport «strumento di inclusione e coesione sociale», lodando chi porta in alto il nome della provincia con «sacrificio». Non è chiaro se nel sacrificio citato rientri anche l’impegno profuso nelle attività che hanno portato all’emissione dei Daspo, o la fatica di organizzare le ronde punitive, ma la consegna della targa suggerisce che l’istituzione sportiva non abbia voluto fare troppe distinzioni sottili. L’ultimo tocco di classe, quello che chiude il cerchio di questa commedia all’italiana, è il contesto temporale. Appena qualche giorno prima, le stesse vie di Chieti avevano visto sfilare la fiamma olimpica.
Un rituale antico, nato nel 1936 per simboleggiare la tregua sacra, la pace, l’amicizia tra i popoli. Il Coni locale, custode di quel fuoco, ha pensato bene di far seguire al passaggio della torcia la celebrazione ideale dei tubi e dei manganelli. Restano agli atti la foto di gruppo e una lezione per i bambini in sala che vale più di mille prediche: l’importante non è partecipare, è farsi temere. Perché in Italia, prima o poi, una targa istituzionale non si nega a nessuno, nemmeno a chi va allo stadio per lanciare bottiglie di vetro, bastoni e pietre.
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